LE VENDEUR


di Sébastien Pilote
TRAMA

Dolbeau-Mistassini, Québec del Nord. Marcel Lévesque è un venditore d’automobili ormai prossimo alla pensione. Impiegato del mese per anni presso il concessionario in cui lavora da sempre, ha solo due ragioni di vita, oltre al lavoro: la figlia Maryse e il nipote Antoine. Durante un inverno che pare non finire mai e con la principale industria automobilistica della città destinata alla chiusura a causa di una crisi che sembra non lasciare alcuna speranza, l’uomo ha un solo obiettivo in mente: continuare a essere il numero uno.


RECENSIONI

Il protagonista lavora per una concessionaria in una sperduta provincia canadese, ha un codice per vendere e lo rispetta: così è diventato il migliore. Anche quando fa il bravo padre e il bravo nonno non dimentica il suo lavoro, recita preghiere per combinare affari, l’arte di convincere il cliente tende a tramandarla al nipote, registra e riascolta maniacalmente le trattative con clienti che, con i colleghi di lavoro, costituiscono i referenti fondamentali su cui poggia la sua vita sociale, altrimenti inesistente. Marcel è consacrato a una missione, ha una vita deformata dalla propria professione: non fa il venditore, lui è un venditore (il senso del titolo è questo) e rappresenta, in definitiva, il Capitalismo. Marcel è il ritratto vivo di un sistema insensibile, talmente arroccato nelle sue ottuse logiche da essere completamente sganciato dalla realtà e, come il regime economico che va a incarnare, è una macchina che procede inesorabile, senza più prendere in considerazione i fatti, senza considerare le asperità della vita, avendo come unico obiettivo la chiusura dei contratti. L’uomo non guarda quello che lo circonda, osserva il declino della fabbrica del suo paese (mentre una didascalia conteggia i giorni di serrata) con distacco inumano, senza comprendere quello che accade, senza percepire il dramma che sta vivendo la sua comunità.

All’inizio quello di Pilote, al suo debutto nel lungometraggio, sembra soltanto l’affresco sconsolato di un contesto isolato e provinciale consegnato ai suoi rituali, ma ben presto diventa chiaro come il regista abbia assunto questa microrealtà come paradigma di una situazione globale e il protagonista come metafora vivente della disumanità del capitalismo, visto anche come fenomeno culturale. Così, quando anche i familiari di Marcel diventano parte e strumento del suo lavoro (la figlia, accompagnata dal nipotino, per una casualità,  si offre di riportare alla base una vettura) egli verrà punito: l’incidente mortale, annunciato all’inizio in flash forward, è la tragedia esemplificativa, la dimostrazione dell’impietosità del Capitale, dramma quintessenzialmente umano  che il venditore (come il cieco sistema economico sempre fa) esorcizza a suo modo: continuando a fare esattamente quello che ha sempre fatto. Il Perché non ti fermi?, interrogativo che gli viene rivolto dal superiore che contiene in sé ben altre (mondiali) implicazioni - segue alle fitte di dolore (il pianto durante una vendita) che hanno rappresentato il confronto necessario e tormentato con quella dimensione umana che l’uomo aveva, fino a quel momento, sempre evitato.

In questo senso l’ulteriore segmento in cui uno degli acquirenti, licenziato dalla fabbrica locale, attanagliato dai debiti, tenta il suicidio, per essere salvato dal protagonista, suona sì come chiusura di un cerchio che culmina nella piena consapevolezza del vuoto esistenziale su cui è sempre poggiata la sua vita (- Era un suo amico?  gli chiede il poliziotto. No, gli avevo venduto una macchina – risponde lui) ma anche come ridondante  sottolineatura di assunti che il film aveva già affermato.
La macchina da presa di Pilote indugia sul paesaggio innevato, spazio freddo e smorto, sezionato da inquadrature sempre molto studiate nelle quali si inscrive la routine incolore del protagonista, collocata in un tempo presente quasi immobile, sottolineato da scelte visive precise: i morbidi controluce, la livida fotografia, il ralenti contemplativo.
Premio Cipputi e premio Fipresci al TFF 2011, ma incomprensibilmente ignorato dai riconoscimenti ufficiali.

Luca Pacilio
Voto: 7
  
(13/12/2011)



Tre domande al regista, Sébastien Pilote

Il personaggio principale ha un valore metaforico piuttosto evidente. L’insensibilità di Marcel rinvia, in un certo modo, all’insensibilità del sistema capitalistico?

Sì, evidentemente non mi sono accontentato di raccontare la storia di un solo uomo. Per me Marcel, il venditore, è un personaggio scelto apposta per parlare del mondo capitalista. Infatti credo che Marcel Lévesque sia alienato, non penso che sappia perché vende ancora delle automobili. Sicuramente non per il denaro o per diventare ricco. Sembra contentarsi di una vita modesta. Se vende delle automobili è perché è un venditore di automobili… Niente di più. Macchinalmente. Un venditore non può andare in senso contrario alla sua funzione… “vendere”. Allo stesso modo il nostro sistema capitalistico non può resistere al fare profitto, anche quando non può evitare di fare del male a degli esseri umani o a una comunità…. Il capitalismo e lo sviluppo sostenibile non andranno mai di pari passo, a meno che non intervenga un profondo cambiamento… Ma per tornare al film, uno dei suoi numerosi paradossi è che c’è una certa umanità in tutto questo, nel lavoro meccanico… Come il freddo che nel film circonda questo calore che non arrivo a spiegare. Inoltre penso che Marcel non sia alienato solo nel suo lavoro, ma anche spiritualmente. Progettando questo film, l’idea primaria era di esprimere il mio profondo malessere nel vederci incapaci di cambiare il nostro modo di vivere collettivamente… Esprimere la nostra incapacità a cambiare strada pur sapendo che stiamo andando dritti contro a un muro… Poco importa se noi chiamiamo questo muro “capitalismo usurato che non può rinnovarsi” o “surriscaldamento climatico”.


Marcel dice a un certo punto: Bisogna che tu impari ad amare. Ci sembra che per l’uomo i sentimenti siano degli strumenti da utilizzare strategicamente per raggiungere uno scopo. D’altra parte “il venditore” si ostina a trattare i clienti come amici…

Superficialmente parlando sì, è una strategia di vendita. La pubblicità stessa utilizza questa strategia. Nello stesso modo i nostri preti, quelli del Quebec, tentano di riscattarsi agli occhi dei loro parrocchiani chiamandoli “miei cari amici”… Piuttosto che “miei cari fratelli”, come un volta. Ma in realtà ciò che ho voluto dire è semplicemente che il venditore non esiste che per vendere. Dunque volevo mostrare come tutto il resto, l’amicizia per esempio, perdesse del tutto il suo senso.

La fine del film, in cui si vede il venditore salvare il suo cliente dal suicidio, sembra rispondere positivamente alle aspettative e al desiderio dello spettatore che l’eroe si riscatti e prenda coscienza di sé. Questa scelta potrebbe essere interpretata come facilmente assolutoria?

Non penso che sia assolutoria. Forse perché siamo abituati a un cinema hollywoodiano e a un certo modo di raccontare che vediamo questa fine come assolutoria…. Ci dicono che al cinema o in una struttura drammatica convenzionale, un personaggio debba evolvere, comprendere una cosa, divenire migliore… Invece nella vera vita, ho piuttosto l’impressione che noi non apprendiamo dai nostri errori. Mi sembra che tutte le grandi civiltà siano sparite per le stesse ragioni. Quindi Marcel, come la nostra società, evolve troppo poco. Ho voluto mostrare un “piccolo” cambiamento. Chiamiamola una scintilla di coscienza. Alla fine del film Marcel serve a un’altra cosa, diversa dal vendere macchine. Egli salva un uomo che ha, paradossalmente, forse lui stesso (a voi giudicare) spinto verso il precipizio. E in quel momento egli prende coscienza (forse l’ha sempre saputo…) che non è l’amico (o la famiglia) di nessuno, ma semplicemente un venditore. Egli non è altro che questa cinghia di trasmissione tra il sistema e il cliente. E penso che continuerà, ben lontano dall’essere salvato, a fare delle vittime.

(a cura di Daniele Bellucci e Luca Pacilio)

 
Voto:
  
(16/12/2011)




BellucciPacilio
7 7

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