LE NEVI DEL KILIMANGIARO

(Les neiges du Kilimandjaro )

di Robert Guediguian
TRAMA

Michel e Marie-Claire sono una coppia di mezza età: due figli, tre nipoti, un’esistenza non sempre facile (Michel ha appena perso il lavoro) ma tutto sommato serena. Fino al giorno in cui subiscono una rapina a mano armata.


RECENSIONI
Film socialisme

Passano gli anni, anche sui volti dei fidi Darroussin, Meylan e Ascaride, ma Robert Guédiguian rimane fedele a se stesso e alla sua idea di cinema, proponendo un’esplorazione franca, scevra di smancerie e di facili derive tragiche, del mondo di quella che una volta si chiamava classe operaia. Oggi, schiacciati dal senso di colpa che deriva del raggiunto (a caro prezzo, e già compromesso) benessere, i personaggi di Guédiguian si definiscono “un pochino borghesi”, si scoprono reazionari e moralisti quasi proprio malgrado, sono costretti a prendere atto del fatto che, con la comparsa delle rughe e il rallentamento dei ritmi di vita e di lavoro, anche la lotta di classe è tramontata, sostituita da una guerra fra poveri, che oppone chi ha poco e chi non ha nulla, gli adulti che si cullano (ancora per poco) in un sogno ormai fatalmente appannato e i giovani che hanno perso non già la speranza, ma l’idea stessa di un futuro migliore.

A differenza di Loach, Guédiguian non si erge a giudice dei propri personaggi, li ama senza riserve e proprio per questo non concede loro sconti di sorta, fotografa il fallimento e la disillusione di una generazione (la propria) che ha smarrito, con i miti di un’altra epoca (annotazione geniale nella sua apparente irriverenza l’accostamento di Jean Jaurès e Spiderman, anche alla luce della “mutazione genetica” del proletariato, passato quasi senza accorgersene dal comunismo a Sarkozy), il contatto con i propri figli. Non è un caso che il giovane rapinatore sia, per età e ancor più per atteggiamento, il fratello naturale dei figli di Michel e Marie-Claire, egualmente diffidente nei confronti dei “vecchi”, indifferente ai loro tormenti, sordo alle loro offerte di aiuto, che sono in fondo richieste neppure tanto velate di affetto e comprensione reciproca. Solo ai bambini, troppo giovani per ricordare e quindi per giudicare, questa generazione sconfitta può ancora offrire qualcosa e da questa offerta potrà, forse, nascere non un riscatto, non una riparazione, ma un nuovo mondo (im)possibile, dolce e necessario come l’utopia smarrita.

Riprendendo la poesia “Les pauvres gens” di Victor Hugo (in cui la moglie di un pescatore decide, all’insaputa del marito, di provvedere agli orfani di una vicina di casa, morta di stenti), Guédiguian denuncia ironicamente la distanza dal modello romantico: la madre di Christophe, Jules e Martin non è morta, ma è come se lo fosse, poiché rifiuta di occuparsene, mentre la minaccia del mare in tempesta è rimpiazzata da quella, solo in apparenza meno sinistra, della globalizzazione (il prologo mostra il “sorteggio” degli operai destinati alla cassa integrazione) e delle agenzie interinali, in cui Michel, relitto di un’altra epoca, va letteralmente alla deriva. Il titolo dell’opera, comune alla canzone di Pascal Danel e alla novella di Hemingway (già alla base di un film di Henry King), rimanda, da un lato, al mondo di sogni infranti e amare (dis)illusioni in cui vivono i protagonisti, sottolineando, dall’altro, l’inattualità e la mancanza di opportunità della “favolosa” vacanza ricevuta in dono (“Fare tutta quella strada per ammirare la miseria altrui!”, commenta sprezzante il giovane ex operaio).

Pur con qualche sottolineatura inutile (il prefinale in spiaggia, d’impianto quasi disneyano), il film affascina per la capacità di conferire un tono caldo e realistico alla definizione di un mosaico umano (come nel precedente La ville est tranquille) che non si fa mai schematica dichiarazione d’intenti o grazioso bozzetto d’autore (il pensiero corre, per contrasto, all’ultimo Kaurismaki), mentre il passo rilassato della narrazione sottolinea, per contrasto, le virate thriller e noir della trama (l’irruzione dei rapinatori, il pedinamento dei bambini). Scorrono, sottotraccia, due omaggi. Il primo è naturalmente a Marsiglia, la città più amata, ritratta al solito senza enfasi cartolinesca, oppressa dalle imponenti navi da crociera e dagli scheletri della grandezza sindacale. Il secondo, più inaspettato, è a Buñuel, con le occasioni conviviali di questa piccolissima borghesia a scandire la vicenda, occasioni più o meno mancate di un pasto comune (cristiano, più ancora che socialista) che solo nella scena finale sembra acquisire autentica concretezza, laddove si celebra, con il rinnovato amore per il prossimo, il rito del perdono reciproco di peccati sepolti nella memoria.

Stefano Selleri
Voto: 8
  
(11/12/2011)




BaronciniBellucciBilliCompianiDi NicolaPacilioSelleri
6.5 7 8 6.5 6.5 7 8

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