ANONYMOUS

(Anonymous )

di Roland Emmerich
TRAMA

E se i capolavori del Bardo non fossero del Bardo ma del conte di Oxford Edward De Vere?


RECENSIONI

Non è certo questo il Roland Emmerich che ci piace (di più). Noi lo vorremmo sempre con godzillioni di dollari da mandare in fumo, fuoco e fiamme, tra metropoli inghiottite nel mantello e lussazioni dell’asse terrestre. Stavolta, però, abbiamo questa cosa in costumi vittoriani, ennesima re-versione cinematografica del mito di William Shakespeare, e dobbiamo accontentarci. Diciamo subito che il Nostro non perde il suo proverbiale tocco grossolano che ce lo fa amare: il meta-inizio, col titolo dello spettacolo teatrale che si sovrappone e si fonde con quello schermico e l’attore sul palco che introduce la pièce / film, è un’ottima vulgata del concetto di mise en abyme, tipo self-knowledge for the masses o qualcosa di simile.

Quello che viene dopo (e prima del finale vero e proprio che chiude il cerchio autoreferenziale) è, diciamo, ambiguo. Nel senso che non sembra chiarissimo l’intento ultimo del “film”. L’impressione è che lo script di Orloff e la regia di Emmerich divergano; il primo sembra prendersi sul serio, revisionismi inclusi, il secondo ha un certo intrattenimento nel sangue ed è sempre sul punto di sbracare in direzione “allostoria caciarona e camp” (peccato che non lo faccia mai fino in fondo). Il che priva Anonymous di una sua identità precisa e lo fa vivere di episodi validi, ma come scoordinati. Alcuni ritratti sono gustosissimi (la Elisabetta/Redgrave), ci sono trovate assai simpatiche (Shakespeare che fa stage diving) i momenti di metateatralità hanno un (ottimo) funzionamento scolastico ma la struttura a incastri temporali appesantisce decisamente la visione, rendendo – non si sa quanto intenzionalmente – faticoso orientarsi nella narrazione, specie nella prima parte.

Ne risulta un film per molti aspetti interessante ma nondimeno irrisolto, che scorre incerto, altalena, singhiozza, ti si avvicina e poi prende le distanze, con lo stesso Emmerich che sembra scalpitare in un contesto non completamente suo: ogni tanto, infatti, si sfoga con qualche campo lunghissimo e vertiginosamente movimentato, tra scene di massa gratuite e scorci londinesi da magniloquente cartolina digitale. E per un elastico del genere, i canonici centotrentaminuti del nostro regista tedesco omosessuale naturalizzato statunitense preferito, rischiano di essere troppi.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6
  
(27/11/2011)




BellucciDi NicolaPacilioPelleschiSasoSelleri
6.5 7 7 6 5 5

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