IL BUONO IL MATTO IL CATTIVO

(Jongheun Nom, Nabbeun Nom, Isanghan Nom )

di Jee-Woon Kim
TRAMA

Manciuria, anni ’30: caccia al tesoro.


RECENSIONI
Un Kimchi Western fuori dalle leggi di Hollywood

Assalti al treno, rocambolesche sparatorie nei mercati, maestosi inseguimenti nel deserto, cacce al tesoro, duelli, trielli e compagnia cannoneggiante: nel suo quinto, mirabolante lungometraggio (in Italia sono stati distribuiti i suoi due ultimi lavori precedenti a I Saw the Devil: l’horror Two Sisters e il noir A Bittersweet Life) Kim Jee-woon non si fa mancare proprio niente. Film record del 2008 in tutti i sensi The Good, the Bad, the Weird: blockbuster coreano più dispendioso di tutti i tempi (17 milioni di dollari)¹, campione assoluto d’incassi dell’anno e vincitore di ben quattro Blue Dragon Awards (i premi cinematografici nazionali più prestigiosi: Miglior Regia, Scenografia, Fotografia e Premio del Pubblico). Presentato in anteprima al 61º Festival di Cannes (Fuori Concorso), dove ha ricevuto calorosa accoglienza, The Good, the Bad, the Weird è uscito nelle sale di Seul il 17 luglio in una versione di alcuni minuti più lunga e con un finale diverso, totalizzando ben 7 milioni di spettatori e 44 milioni di dollari di incassi in otto settimane di programmazione.

Nominalmente ispirato a Il buono, il brutto e il cattivo (con più di un richiamo a Giù la testa e un’imbottitura da Per un pugno di dollari), quello di Kim Jee-woon è un “Eastern Western” o meglio, come è stato definito al Toronto International Film Festival, un “Kimchi western” (il Kimchi è un piatto tradizionale coreano dal sapore assai speziato). Questa, a grandi linee, l’intricatissima trama: nella Manciuria degli anni Trenta, una preziosa mappa è venduta clandestinamente a un capitano dell’esercito imperiale giapponese. Non appena finita nelle sue mani, gli viene sottratta dal “Weird” Yoon Tae-goo (Song Kang-ho), uno sgangherato bandito che ne ignora il contenuto ma che ne indovina immediatamente l’importanza, dal momento che si trova subito braccato dal “Bad” Park Chang-yi (Lee Byung-hun), infallibile sicario sguinzagliato dal suo boss, e dal “Good” Park Do-won (Jung Woo-sung), cacciatore di taglie assoldato per il recupero della mappa dall’esercito indipendentista coreano (dal 1910 al 1945 la Corea è stata sotto il dominio giapponese). Il Buono, il Mattivo e il Cattivo si contendono furiosamente mappa, denaro e prestigio fino a un faccia a faccia dagli esiti inaspettati…

Da più parti si è sottolineata la strepitosa qualità tecnica di The Good, the Bad, the Weird, rimproverandogli tuttavia una certa inconsistenza di fondo, come se Kim Jee-woon avesse sacrificato la profondità psicologico-narrativa sull’altare della spettacolarità. Ma se è vero che il senso del film risiede nell'eccezionale dinamismo e nella debordante esuberanza visiva (magnificata da un sontuoso formato cinemascope), è altrettanto vero che l’operazione compiuta dal quarantasettenne cineasta coreano (attualmente il più quotato in patria) deve essere contestualizzata per apprezzarla adeguatamente. In seguito alla riduzione, avvenuta nel 2006, a soli 73 giorni dello Screen Quota System (sistema che prevede un numero minimo di giorni da dedicare alla programmazione di film nazionali) e in concomitanza con la crisi produttiva che ha investito nel 2007 l’industria cinematografica coreana, il New Korean Cinema naviga in cattive acque, incalzato da una parte dalla prepotente offensiva hollywoodiana e indebolito dall’altra dalla crescente disaffezione del pubblico domestico, demotivato dalla riproposizione inesausta di formule filmiche largamente abusate. È su uno sfondo simile che va considerata la folle impresa di Kim Jee-woon, folle poiché gioca al rialzo nel momento meno propizio per un rilancio spettacolare.

Detto molto semplicemente, con Il buono, il Matto e il Cattivo Kim sfida il cinema statunitense sul suo terreno, osando frequentare e “coreanizzare” il genere americano per eccellenza, il western. Cercando di invertire la tendenza americanizzante che volente o nolente ha contraddistinto la stagione dei blockbuster coreani a partire da Shiri (Kang Je-gyu, 1999), l’autore di The Quiet Family (1998) e di The Foul King (2000) rovescia il punto di vista: non più un blockbuster che adotta il linguaggio hollywoodiano adattandolo alla sensibilità coreana, ma un film ad altissimo budget e vertiginosa densità spettacolare che mostra al mondo intero l’emancipazione linguistica del cinema nazionale. Un film capace di testimoniare l’assoluta maturità non solo del suo autore, ma dell’intera cinematografia coreana. Non è fortuito allora che Kim Jee-woon si rifaccia al filone dei cosiddetti spaghetti-western, risposta indipendente e insubordinata a un genere in via di esaurimento. E non è un caso che il suo “Kimchi Western” rinunci deliberatamente all’uso massiccio di effetti digitali e rielaborazioni in computer graphics per gettarsi nella mischia con sguardo atletico, totalmente coinvolto nell’azione, tutt’altro che disincarnato o astratto. A dominare sono le traiettorie fisiche dei movimenti, le performance ginniche di Song Kang-ho, le altezzose rodomontate di Lee Byung-hun e le cavalcate a rotta di collo di Jung Woo-sung. Persino il finale, col suo strisciante disinteresse per l’oro nero e l’instancabile rinnovarsi della fuga, ci parla di un cinema orgogliosamente lontano dalle lusinghe d’importazione e irriducibilmente proteso a continuare la corsa oltre la frontiera. Nei territori di un cinema finalmente libero e spavaldamente fuorilegge.

¹ Diversamente dalla prassi hollywoodiana, in Corea si definiscono blockbuster i film a budget elevato (a partire da sei milioni di dollari) e non in base al profitto ricavato.
Alessandro Baratti
Voto: 8
  
(18/11/2011)



COMMENTI

Kimchi (piatto tipico coreano) - western l’ha definito il regista alla presentazione a Cannes, seguita da un’uscita, con finale differente, nel proprio paese che ha sbancato il botteghino (per sua fortuna, essendo, al 2008, la pellicola coreana più costosa). Kim rivisita (e cita) lo spaghetti-western di Leone partendo dallo stesso spunto di Il Buono, il Brutto e il Cattivo, ma declinandolo personalmente, senza scimmiottare il maestro italiano o Hollywood. Sagace l’idea di ritrovare il “west” nella Manciuria che, negli anni trenta, era sotto il dominio giapponese (prima apparteneva alla Corea): ci sono pistoleri, uomini a cavallo, treni assaltati, sparatorie infinite, finanche la corsa in motocicletta nel deserto di Giù la Testa. L’opera parte in quarta e non molla il piede sull’acceleratore per due ore, con utilizzo armonioso di dolly, piani sequenza con montaggi interni elaborati, attacchi di montaggio che fanno danzare la soggettiva registica in mezzo a tanto dinamismo (bellissimo il carrello a seguire “il matto” nel treno passeggeri). Dopo la terza o quarta sparatoria, ci si accorge che l’unico scopo del film sono spettacolarità e commedia, nonostante qualche latente dichiarazione contraria (il tema abbandonato a se stesso dello spirito patriottico che non attecchisce sul “matto”, ad esempio): è certo che, di Leone, Kim non sa o non vuole replicare l’impianto picaresco a braccetto con lo spessore, la portata politica, l’importanza della fisicità dei personaggi e delle stasi, degli sguardi. Resta un correre incessante, per arrivare all’apoteosi nella parte finale, con lungo inseguimento nel deserto dove il “mondo” armato è alle calcagna del sidecar del “matto”, per un effetto grottesco che si perde senza la sospensione di incredulità nel vederlo scampare a mille proiettili e decine di cavalli e jeep (che, oltretutto, in un’inquadratura ravvicinata gli sono addosso e in quella successiva a campo lungo sono distanziati). Un gioco che stanca, ma un bel gioco, ad opera di un regista di genere con stilemi autorali, non viceversa.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




BarattiCompianiFavaraRangoni MachiavelliSangiorgio
8 6.5 5.5 6.5 7.5

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