IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE


di Pupi Avati
TRAMA

Prima metà degli anni '30, in una cittadina dell'Italia centrale immersa nella campagna. La famiglia contadina dei Vigetti ha tre figli: il piccolo Edo, Sultana e Carlino, giovanotto molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti invece sono proprietari terrieri che hanno fatto fortuna e vivono in una casa padronale con le loro tre figlie, tutte da maritare: le più attempate, Maria e Amabile, e la giovane e bellissima Francesca. Facendo buon viso a cattiva sorte, Sisto e Rosalia Osti accettano che il giovane contadino Vigetti corteggi le due sorelle maggiori con l'intento di sistemarne almeno una. Inizia un periodo di incontri con le due ragazze nel salotto di casa Osti, turbato però un giorno dall'arrivo improvviso di Francesca dalla città in cui è stata mandata a studiare. Tra i due è colpo di fulmine e tutti i piani vanno in fumo.


RECENSIONI
le rimembranze di Avati

Pupi Avati torna sul filo della memoria per raccontare la storia d'amore dei suoi nonni. Un ricordo personale che diventa, come sempre nel cinema del regista bolognese, lo spunto per affrontare tematiche universali. Si parla quindi di matrimoni d'interesse, di un colpo di fulmine, del rapporto tra padroni e mezzadri e della natura umana, schiava delle proprie pulsioni in un mondo arcaico dominato dal ritmo della natura, da un maschilismo di facciata e da leggi tacite e immodificabili. Codici di comportamento che il tempo ha, per fortuna, contribuito a ridimensionare e scolorare nei ricordi. Ed è proprio su questi aspetti, con uno sguardo complice e nostalgico, come sempre attento alla visceralità dei dettagli, che Pupi Avati costruisce il meglio della sua visione.

È un film quindi fatto di luoghi della memoria, permeato da sapori veraci, suoni ovattati, e dove il senso dell’olfatto, uno dei più ingiustamente trascurati, è in più sequenze protagonista assoluto, proprio perché capace di evocare un'atmosfera, uno stato d'animo, un intimo sentire, in modo molto più immediato delle parole. Odori agli antipodi (l'irresistibile fiato al biancospino del protagonista, il tanfo del padrone) per una Storia di ragazzi e di ragazze che non esistono più, se non nei racconti degli anziani ancora in vita. Usi e costumi, uniti a fatti, rituali e tradizioni, che Pupi Avati dimostra ancora una volta di conoscere molto bene.

Dove il film non centra il bersaglio è, come al solito, in una contenuta ma presente sciatteria (quel doppiaggio spesso fuori sincrono, o asettico, è un vero fastidio), e anche nella superficialità dei due caratteri principali, quelli che dovrebbero portare il racconto fuori dalla coralità. Perché il ruspante Carlino ha un unico chiodo fisso e solo quello ci viene ripetuto per tutto il film, così come della figliastra romana Francesca finiamo per conoscere unicamente l’ingenuità e il suo essere timorata di Dio. Meglio quindi la cornice del quadro, anche a livello di interpretazioni (nonostante la buona volontà del quasi debuttante Cesare Cremonini e dell'ormai affermata Micaela Ramazzotti), meglio le premesse degli sviluppi (il finale prolungato ha poco pathos e risulta alquanto telefonato), meglio i piccoli eventi della quotidianità rurale rispetto all’amore che non s’ha da fare.

Un microcosmo descritto con l’usuale, ma non scontata, capacità e con quell’approccio anche un po’ cinico e beffardo, tipico di Avati, che impedisce al film di sedersi sulla mera rievocazione inerte: le mestruazioni che per la sorella del protagonista non vogliono arrivare e la obbligano a una vita da reclusa, le due sorelle bruttine che si beano della presenza di un uomo a loro disposizione anche se solo per un’ora al giorno e in cambio della promessa di una moto Guzzi, il tentativo estremo di rianimare il capofamiglia donnaiolo morente facendogli toccare l'organo genitale femminile, la tragicomica compagnia musicale degli Orbini di Persiceto, la morte vissuta come rito collettivo e non solo supplizio individuale, il silenzio della campagna, il pranzo di non matrimonio in cui aleggiano infelicità, delusione, rabbia, ma anche spensieratezza e levità. Più che tradizionale l'approccio cinematografico, a partire dalla voce fuori di campo di Alessandro Haber che scandisce con verve e afflato poetico le tappe della narrazione. Di piacevole supporto il commento musicale di Lucio Dalla, punto d'incontro, in linea con il film, tra malinconia e leggerezza.

Luca Baroncini
Voto: 6.5
  
(17/11/2011)




BaronciniSangiorgio
6.5 4

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