THE BUNNY GAME

(The Bunny Game )

di Adam Rehmeier
TRAMA

Sylvia Grey è conosciuta per la strada come "Bunny". Ama la cocaina e ogni uomo disposto a pagare per passare bei momenti con lei. Si trascina per le vie del centro di Los Angeles in cerca del suo prossimo tipo, del suo prossimo pasto. Vive momento per momento, mantenendo se stessa in una nebbia continua, indotto dalla droga, per dimenticare tutte le facce. Dopo una notte nauseante dove è stata maltrattata e derubata, Sylvia incontra un camionista di nome JR su Alameda Street..


RECENSIONI
ma che colpa abbiamo noi

Più che un film un viaggio esperienziale per il regista americano underground Adam Rehmeier. La sua macchina da presa sonda infatti l’intimo di Rodleen Getsic, prima di tutto donna che un sequestro, pur con esiti non così devastanti, l’ha subito per davvero, e poi attrice totalmente devota alla causa. Il progetto nasce quindi come tentativo di esplorare gli abissi del nero per il regista e come opportunità catartica per la protagonista. Una sorta di utilizzo personale della macchina da presa che funge da terapeuta in grado di far rivivere il trauma subito in modo da sviscerarne la mostruosità e cancellarne, per quel che è possibile, le cicatrici.  

La storia è presto riassumibile e vede una prostituta cocainomane finire nelle sordide grinfie di un camionista sadico che la brutalizza. Il film è tutto qui e i 76 minuti di durata si trasformano in una lunga sequela di torture, sia psicologiche che fisiche, nonostante nemmeno una goccia di sangue ferisca il bianco e nero delle immagini. Il risultato frulla le avanguardie storiche contaminandole con atmosfere che sembrano provenire direttamente dalla più estrema new-wave orientale (Tetsuo, di Shinya Tsukamoto, su tutti). Per dichiarazione dello stesso regista una grande ispirazione è stata Maya Deren, la regista americana di origine ucraina che ha animato l’avanguardia newyorchese negli anni ’40 attraverso la sua idea di film come sequenza di immagini potenzialmente simboliche, non per forza legate a una narrazione tradizionale.

Indipendentemente dalle intenzioni, attenendosi semplicemente a ciò che all’occhio è concesso, il film sembra testare i limiti del torture porn attraverso un’estetica fetish, con un montaggio frammentario molto affine al videoclip. L’effetto è straniante, a suo modo potente per la degradazione ininterrotta a cui obbliga la protagonista, e di conseguenza lo spettatore, ridotto a complice voyeur, ma l’operazione, pur senza compiacimenti, mostra presto la corda, per la ripetitività e l’assenza di reale progressione. Per come il film si pone, potrebbe durare pochissimo o proseguire all’infinito e pur ambendo al martirio (vengono anche scomodate discutibili simbologie) non va più in là di un inevitabile fastidio. Il film è stato totalmente autoprodotto e il torturatore è un reale camionista amico del regista. Il divieto di distribuzione del dvd in Gran Bretagna e la circolazione nei maggiori festival a tema ne stanno accrescendo la fama, ma non ha le carte per diventare un cult.

Luca Baroncini
Voto: 4.5
  
(15/11/2011)




Baroncini
4.5

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