L'AMORE CHE RESTA

(Restless )

di Gus Van Sant
TRAMA

Enoch ha la bizzarra abitudine di assistere alle cerimonie funebri di persone sconosciute; durante una di esse conosce Annabel, spigliata e brillante quanto il ragazzo è introverso e laconico. Entrambi hanno un segreto.


RECENSIONI
Mors Magistra Vitae

Giunto all’ennesima tappa della sua ricognizione nell’universo giovanile, anche in Restless Van Sant si lascia guidare dal rapporto con la Grande Pareggiatrice; se in Elephant la traccia era costituita dal senso di de-realizzazione della morte, in Gerry fungeva da leitmotiv l’incombente minaccia della fine; il protagonista di Last Days la corteggiava gentilmente; Paranoid Park scandiva una progressiva presa di coscienza, l’introiezione dell’idea della morte e di una responsabilità definitiva. In tutti i casi, il rischio della parabola edificante o moralistica era evitato grazie a una strategia di pedinamento che rifuggiva da inopportune generalizzazioni, la concretezza del vissuto individuale – perfino nei lunghi silenzi, nei lunghi vuoti – si accampava in primo piano, lo sguardo del regista osservava e registrava, spesso contemplava (secondo un’inclinazione e uno spirito mal sopportati da taluni critici), non giudicava. Qui, la morte non solo è ben presente nella coscienza del protagonista; essa lo tiene prigioniero, lo blocca in una coazione a ripetere, che verrà superata in un singolare percorso di accettazione e maturazione; in questo senso, Enoch è fratello del’Alex di Paranoid Park.

Molte erano le trappole sul cammino di Van Sant, nell’avvicinare una vicenda intima e per sua natura foriera di commozione. Trappole oltremodo pericolose, data la rinuncia alle rigoristiche istanze formali del recente passato; anche in questo, Restless è avvicinabile allo stile affabile di Paranoid Park; persino più confidenziale e piano nell’incedere, avendo l’autore abbandonato talune asperità espressive che ancora facevano capolino nel film precedente.
Una scommessa difficile, se si pensa a quali centoni strappalacrime il cinema, anche titolato, ha saputo confezionare quando ha trattato il tema “giovinetta senza speranza si innamora di giovane che ha bisogno di ritornare a sperare”. Una scommessa vinta grazie alla spoglia semplicità affettiva, per questo tanto più autentica e toccante; alla sottrazione di tono, sia nei momenti di raccoglimento sentimentale o nelle rarissime esplosioni drammatiche, sia nel difficile rapporto dei protagonisti con gli adulti; alla vivacità coloristica e all’eleganza diretta, non lambiccata dell’inquadratura; alla definizione di un percorso di scoperta e di conoscenza – di se stessi e dell’altro/a – in cui il rimpianto gioca un ruolo marginale, e il compianto diventa una serena celebrazione.

Van Sant ignora e ci fa dimenticare tutto l’orribile cinema del ricatto emotivo (orribile almeno quanto il titolo attribuito in Italia al suo film), servendosi di un linguaggio nitido ma non aggressivo per tornare alle storie di formazione e d’amore, d’avventura affettiva e intellettuale che il cinema dei moderni ci aveva dispensato; come oggi riesce Van Sant modellando le sue figure adolescenziali compatte e vivaci, sfumate e credibili.
La fascinazione esercitata dall’età acerba è intatta, ma stavolta perfino i “grandi” hanno qualcosa di sensato da offrire; il sorriso si fonde con la lacrima, la nostalgia con la speranza; il passato viene accettato quale radice inevitabile dell’oggi, l’arcano doloroso dell’esistenza come unica nostra occasione di precaria felicità; l’assorta e lieve espressione di Enoch che sigla il film è, anche per noi, un dono stupendo.

Hans Ranalli
Voto: 8
  
(30/10/2011)




BellucciBilliDi NicolaFavaraRanalliRangoni Machiavelli
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