PEOPLE MOUNTAIN PEOPLE SEA

(Ren Shan Ren Hai )

di Cai Shangjun
TRAMA

Dopo l’omicidio del fratello, di fronte al vuoto dell’autorità, Lao Tie si mette personalmente sulle tracce dell’assassino.


RECENSIONI
Bella sorpresa

Girato nella provincia del Guizhou, tra le più povere della Cina, People mountain people sea propone al Festival di Venezia 2011 un linguaggio peculiare basato su un discorso articolato e complesso: Cai Shangjun, ex sceneggiatore di Zhang Yang al secondo film, intavola la storia in una lunga successione di quadri visivi a camera fissa, girati soprattutto in piano sequenza. Questa, che può sembrare una scelta stilistica “difficile”, presto si rivela la soluzione naturale della pellicola: non contro ma per lo spettatore, non rendere estenuante la visione ma concedere una piena comprensione dei personaggi e degli ambienti. I motivi dell’agire, l’interazione, gli stati d’animo e i molti sottintesi vengono suggeriti dalla definizione dell’inquadratura che – inevitabilmente – non può seguire il ritmo narrativo canonicamente inteso, deve avere il suo tempo (e spazio), la sua fissità. Sarebbe paradossale criticare lo stile di Cai perché conquista lentamente l’empatia dello spettatore: a partire dalla prima scena, l’omicidio che si consuma con due figure iscritte nella cornice bianca, il regista chiarisce subito come sfrutterà lo sfondo petroso e calcareo della regione dei minatori.

Nel percorso di vendetta di Lao Tie (un impassibile Chen Jianbin) in pochi tratti si afferma un codice universale della violenza: violenza che vale per tutti, per il colpevole esattamente come per il protagonista, permessa dall’assenza sostanziale dell’autorità, presente solo in modo formale (l’unico poliziotto che si vede all’inizio). Sulla violenza non c’è sguardo giudicante, ma viene semplicemente mostrata perché endemica al contesto, spiega il regista: E’ come il western americano, la legge e il rispetto delle regole diventano un lusso a causa della mancanza di polizia e della nativa legge della giungla (…). Quando non ti aspetti giustizia dal processo ufficiale e dall’autorità del governo, allora per ottenere dignità, realizzazione e felicità devi agire da solo. Lao Tie, nel suo tragitto, spesso lascia la strada principale per seguire deviazioni secondarie: nel passaggio a Chongqing, la città moderna contrapposta all’area rurale, incontra un vecchio amico (chiamato semplicemente Leopardo) e si confronta con la malavita locale (il gangster è incline a consegnare il responsabile tra i suoi uomini, anche qui vige il codice); nella visita all’ex amante, sullo sfondo di una città fluviale, esercita violenza su di lei e come metodo educativo per il figlio piccolo, che vede per la prima volta; poi l’arrivo alla miniera di carbone che prelude alla parte finale. Seppure rispettando un rigido realismo, il regista si concede stralci “assurdi” e straniati: come l’incontro tra Tie e la madre dell’assassino che, mangiando allo stesso tavolo, intrattengono un dialogo scarno.

La seconda parte coincide con la miniera. Costretti nei cunicoli sotterranei, piegati dal lavoro sfiancante, volti anneriti dal carbone: attraverso una messinscena spersonalizzante i minatori si “amalgamano”, sono tutti neri, è difficile distinguere gli uni dagli altri. All’interno della miniera-mostro, che mangia i suoi uomini e li priva di identità, Tie va per vendicare il fratello ma scopre che esistono tanti conflitti: si consumano – immaginiamo – altre ritorsioni, altri omicidi, altre vendette. Il minatore che ha sbagliato viene ucciso davanti a tutti. Se la rappresentazione incrocia ovviamente le radici della “classe operaia” cinese, lo fa però evitando pietismi o favoritismi di sorta: si mostra la situazione così com’è, senza timore di toccare nodi pesanti come la follia che colpisce gli operai e il lavoro minorile. Tutto sottinteso: la politicità non è mai detta, al contrario emerge dallo sfondo e si propone gradualmente in primo piano, attenta non contraddire la scelta basica del film a favore dell’implicito. In questo senso ogni fotogramma della pellicola è sotterraneamente politico: dal vuoto di potere che favorisce i criminali alla povertà delle classi minori che danno i figli in affidamento, dalla modernità incompiuta e decadente di Chongqing al destino segnato dei minatori, sempre in bilico verso la morte.

People mountain people sea (Ren shan ren hai) è un’espressione idiomatica per indicare “un mare di gente”: e quel mare sono sicuramente i minatori, il proletariato oggi secondo Cai (Il film è una tragedia individuale ma anche il dramma complessivo della nostra epoca), un quarto stato sfiduciato che viene rinchiuso in miniera e come atto estremo la fa esplodere. Il finale dopo la lunga, infinita ripresa dei due operai che scendono sull’elevatore, lascia attoniti, sconvolti e pietrificati; la miniera/il film saltano in aria, restano solo le polveri della storia, della Cina e del contemporaneo osservati dagli occhi di un bambino. Impropriamente accostato a Jia Zhang-ke (molto lontani sono gli interessi narrativi dei due registi), in realtà Cai Shangjun dimostra uno stile proprio, evidente e personale: premiato col Leone d’Argento, People mountain people sea ci sta dicendo che le parole non sono l’unica ipotesi possibile, che c’è anche e soprattutto la costruzione dell’immagine. Politica. Film sorpresa del Concorso, bellissima sorpresa.

Emanuele Di Nicola
Voto: 8
  
(11/10/2011)




BaronciniBilliDi NicolaSangiorgio
6.5 8.5 8 8

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