JANE EYRE

(Jane Eyre )

di Cary Joji Fukunaga
TRAMA

Una giovane donna in fuga giunge a una casa isolata nella brughiera. Poco a poco il passato riemerge.


RECENSIONI
Jane 2.0

Inizia in medias res questo nuovo adattamento del romanzo di Charlotte Brontë: Jane abbandona Thornfield Hall e, dapprima in preda al delirio della febbre, più tardi immersa nel riposo della convalescenza, rivive attraverso una serie di flashback le tappe salienti della propria “triste storia”, dalle angherie subite nell’infanzia all’arrivo a Thornfield, sino all’incontro con il signor Rochester. È in questa prima parte del film che si apprezza la dote più notevole della sceneggiatura di Moira Buffini, la capacità di condensare in poche scene e in un pugno di annotazioni l’atmosfera gotica e velata di humour – di quel buon senso così caro al romanzo inglese – del testo originale, senza scadere nel quadretto calligrafico ma trovando efficaci spunti horror (Jane rinchiusa nella camera rossa, la subitanea fustigazione di Helen Burns), sebbene la semplificazione del personaggio di Helen (nel testo della Brontë ben più maturo e, per Jane, incomprensibile nella sua intransigente autodisciplina) e la soppressione delle figure cardine dell’infanzia di Jane (la cameriera Bessie, qui ridotta a una comparsa, e la direttrice di Lowood, Mary Temple) finiscano per rendere più convenzionale l’andamento del racconto.

La vita a Thornfield non ispira scelte altrettanto felici, con Jane dipinta come una sorta di eroina femminista ante litteram, che indulge volentieri a “tirate” di rivendicazione a dir poco prolisse, oltre che anacronistiche, mentre la figura di Rochester, malgrado l’impegno di Michael Fassbaender, risulta nient’affatto enigmatica e, di conseguenza, ben poco interessante. Insipide e prive di mistero anche le incursioni di Bertha (Valentina Cervi), dipinta come una creatura ben più sensuale rispetto ai precedenti adattamenti per lo schermo: solo la veglia di Jane al capezzale di Richard Mason (un Harry Lloyd troppo giovane e smunto per la parte) suscita qualche parco brivido. Analogamente povera di pathos e di mordente la descrizione del (dis)simulato corteggiamento di Edward, complice una Blanche Ingram (Imogen Poots) dal fascino a dir poco peregrino. Risulta poi incomprensibile la sostanziale soppressione del personaggio di Grace Poole, custode di Bertha e suo fondamentale “capro espiatorio” nel romanzo, mentre la signora Fairfax (la solita, monumentale Judi Dench) appare a un tempo fin troppo consapevole di quello che accade a Thornfield ed eccessivamente sentimentale nelle sue tardive proteste di non consapevolezza. Ma la sezione del film che risulta più debole e priva di efficacia è quella dedicata al reverendo St.John: soppresso il rapporto di parentela fra i Rivers e la protagonista (rapporto che rende la parte finale del romanzo perfettamente speculare alla prima, con la piccola Jane nella casa dei cugini materni, i Reed), il distaccato e indefesso uomo di Chiesa, che deliberatamente rinuncia alla passione terrena (per la bella, ricca e gentile Rosamond Oliver, altro personaggio del tutto rimosso, quasi un compendio di quello che Blanche Ingram non riesce ad essere per il signor Rochester) e chiede la mano di Jane solo per averla accanto nel suo ufficio di missionario, è ridotto dallo script (e dall’incolore Jamie Bell) a un fantoccio che non può che suscitare fastidio e irritazione. In effetti St.John è, con Helen Burns, l’emblema di un universo spirituale che Jane non approva, ma non può fare a meno di rispettare e amare, e non una macchietta da fiction BBC.

La parte conclusiva, con l’incontro tra Jane ed Edward, riscatta in parte le incertezze e le vacuità del prefinale: resta l’impressione di un bersaglio centrato a metà, di una scrittura cinematografica sicura e professionale, ma fin troppo inamidata, e di una costruzione narrativa che ricerca la completezza e l’aggiornamento del testo, finendo per evidenziare, più che i limiti (veri o presunti) del romanzo, i propri. Mia Wasikowska è una protagonista credibile perché acerba, malgrado un doppiaggio con più di una punta di petulanza.

Stefano Selleri
Voto: 6
  
(10/10/2011)




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