L' ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

(Rise of the Planet of the Apes )

di Rupert Wyatt
TRAMA

San Francisco. Lo scienziato Will Rodman, in cerca di una cura per l'alzheimer, sperimenta un nuovo farmaco sulle scimmie. Con esiti (im)prevedibili.


RECENSIONI

In piena epoca remake / prequel / reboot, anche la vetusta saga de Il Pianeta Delle Scimmie (1968) ha il suo Ur-episodio fondativo, che prende tre scimmioni con una banana: un po’ remake (1999 – Conquista della Terra, Ep.IV, 1972), un po’ prequel (del remake di Tim Burton), un po’ reboot (di fatto, è un riavvio “alternativo” della vicenda). Ur-episodio scritto maluccio, conviene puntualizzare subito. A livello generale, scienziati che giocano a fare dio e CEO senza scrupoli sono i marciosi cliché che fanno da motore (im)mobile alla vicenda. Scendendo nel particolare, teoria e prassi della manipolazione genetica sono manipolate con ingenua approssimazione, i personaggi sono poliedri con poche (s)facce(ttature) e le micro-inverosimiglianze/forzature di contorno lavorano ai fianchi lo spettatore mediamente “attento” dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità. Eppure, L’alba del pianeta delle scimmie ha il suo perché.

Intanto, è girato con cognizione di causa. Le sequenze di evoluzioni scimmiesche sono una gioia per gli occhi, con le digitalizzazioni WETA che ormai hanno un look&feel familiare, non realistico in senso stretto ma efficace e in qualche modo riconoscibile, mentre Wyatt opta per il piano sequenza come sintagma privilegiato. Fa bene, perché già le prime scorribande di Cesare nella casa di Will Rodman lasciano il segno. Ma è soprattutto il long take tra le sequoie a mostrare i muscoli, con la spettacolare arrampicata del baby scimpanzé che conclude la scalata adulto, e le ellissi temporali fluidamente inghiottite dal fogliame.

E’ comunque la vicenda “umana” di Cesare a fare il film. L’ormai specializzato Andy Serkis dota lo scimpanzé di modulazioni umorali inquietanti, con mimica facciale e linguaggio del corpo perfetti, e il vero epicentro emotivo di Rise è localizzato proprio nell’evoluzione/rivoluzione di questo Überaffe destinato a conquistare il mondo alla guida dei suoi simili. Se a questo si aggiunge che, al di là di tutto, il ritmo (sostenuto) è costante e il finale in crescendo action di rivista ma comprovata spettacolarità, si può parlare di operazione complessivamente riuscita. E capace di reggere la trilogia che sembra ipotesi sempre più concreta e percorribile. Auspicabilmente, senza l’imperscrutabile James Franco.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6.5
  
(25/09/2011)




BaronciniBellucciCompianiDi NicolaPacilioPelleschiRangoni MachiavelliSaso
7 6.5 6.5 6.5 6 6.5 7 5
Stefanoni
5

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