MARY AND MAX

(Mary and Max )

di Adam Elliot
TRAMA

Mary si sente sola quindi decide di scrivere una lettera a un indirizzo trovato casualmente nella guida telefonica di New York...


RECENSIONI

 Anche se Harvie Krumpet aveva vinto l'Oscar come miglior cortometraggio di animazione nel 2003, la distribuzione italiana non perdendo l'abitudine consolidata e quantomai miope di considerare il cartone animato come merce drasticamente direzionabile solo a un pubblico infantile, sottovaluta la grandezza di Mary and Max pellicola inaugurale del Sundace sei anni dopo.
Film che basa la sua essenza sul concetto di solitudine e di attesa, scopre la natura essenziale di Manhattan e Melbourne, due cromie diverse, due waste lands così tremendamente lontane, ma conformi nelle contraddizioni (la difficoltà di comprendere i comportamenti della gente) e nel silenzio senza speranza, presente sia nell'ingarbugliata New York che nell'anonima e taciturna periferia australiana. Mary and Max non perde la lucidità del proprio presente in cui le relazioni avvengono mediante nick-name, attraverso una richiesta di amicizia accettabile o nel caso cestinabile. Mary ha scelto a chi confidare i suoi segreti più reconditi, le sue domande ingenuamente inconfessabili, puntando il dito sull'elenco del telefono e Max ha potuto scegliere se risponderle o no scoprendosi a sua volta. L'andirivieni epistolare, continuato per vent'anni dalla prima lettera, si fonda sulla traballante speranza di una possibile risposta futura, dubbio costante in cui le sicurezze si sfaldano e la convinzione di aver trovato un amico che non fosse invisibile, un animale domestico o una statuina di gomma, precipita nel baratro delle incertezze, nell'incoerenza dei sentimenti.
Pellicola di difficile realizzazione, non perde di vista la tradizione comica e fumettistica, strizza l'occhio alla celeberrima gag di Jerry Lewis con la macchina da scrivere, e in maniera molto più pregnante, fa riferimento ai Peanuts di Charles M. Schultz con il recupero dell'iconografia di Lucy Van Pelt nell'atto di farsi psicologa e dell'usanza degli amici-di-penna (memorabile la striscia in cui Charlie Brown conclude il post scriptum scrivendo “tutti mi odiano”).
I ricordi di Max, che si combinano perfettamente al presente di Mary, sono brutali testimonianze di un andamento mentale deviato e confuso dalla misconosciuta sindrome di Asperger, sanabile attraverso il ricovero coatto, curabile solo con l'elettroshock.

I momenti dolorosi mai affrontati con pesante crudezza, lasciano spazio allo smantellamento degli stereotipi e alla costruzione di due immaginari, catturati da una mdp che si fa sempre meno composta, sono uniti al dialogo interno dei personaggi durante la scrittura o la lettura del carteggio. Le parole si confondono al flusso d'immagini, gli incanti infantili prendono vita a discapito del dialogo latitante con i comprimari, mirabili quanto orribili caricature (i genitori di Mary) mediati attraverso gli occhi di una bambina di otto anni. Saturo di innocenza infantile Mary and Max non manca di ferite emotive, di tableaux vivants così commoventi da sembrare strazianti, che vivono attraverso uno stile a volte cupo, a volte grottesco ed eccentrico – un po' yiddish -  ma che riescono a incantare più che a deprimere, ammaliare più che affliggere. Stipato nello spazio di una lettera, raccontato attraverso incantevoli animazioni in stop motion, Adam Elliot costruisce un mondo in cui è sempre più difficile comunicare, in cui il concetto di normalità è labile come il cioccolato al sole. Un film in cui i corpi in plastilina goffi e grumosi (vivi grazie alla voce di Philip Seymour Hoffman e Toni Collette), prendono forma, si staccano dal quadro e diventano eco imprescindibile di emozioni, di un'immedesimazione così naturale da sembrare forzata, di un affresco del tempo presente che è difficile da rifiutare.

Mariella Lazzarin
Voto: 8
  
(23/08/2011)




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