COLD FISH

(Tsumetai Nettagyo )

di Sion Sono
TRAMA

Shamoto gestisce un piccolo negozio di pesci tropicali. È preoccupato perché la sua seconda moglie, Taeko, non va d’accordo con sua figlia, Mitsuko. Un giorno Mitsuko viene fermata per taccheggio in una drogheria. Nel negozio incontrano un uomo amichevole di nome Murata, che l’aiuta a sistemare la faccenda col gestore. Anche Murata gestisce un negozio di pesci tropicali e Shamoto stabilisce un legame di amicizia con lui; Mitsuko comincia addirittura a lavorare per Murata e si trasferisce a casa sua. Quello che Shamoto non sa, tuttavia, è che dietro i suoi modi amichevoli Murata nasconde molti oscuri segreti. Con le sue menzogne ben congegnate, vende ai clienti pesci di poco valore a prezzi gonfiati. Chi si accorge della frode o non si presta alle sue lucrose macchinazioni viene ucciso e Murata e la moglie si sbarazzano dei cadaveri con sistemi raccapriccianti.


RECENSIONI

Ispirato a un caso di cronaca nera degli anni '80, Cold Fish  nasconde sotto l'esoscheletro psycho-thriller una cupa satira sociale del Giappone contemporaneo. In primo luogo, ne stilizza la forsennata ascesa economica in allegorica catena alimentare: il pesce grande (la corporation/Murata) fagocita e annienta il piccolo (l'impresa a conduzione familiare/Shamoto) nel nome del libero mercato, mentre la frenetica corsa allo sviluppo porta un'intera nazione all'autofagia e all' implosione sociale. In seguito, l'inevitabile riporto di atomizzazione e alienazione si lega - com'è ormai consuetudine nel recente cinema del Sol Levante - allo sfaldamento del modello patriarcale, contro cui Sion Sono infierisce selvaggiamente, solito com'è a raccontare di famiglie disfunzionali e autodistruttive, verminai di ipocrisie e finzioni (la trilogia del suicidio inaugurata con Suicide Club), di incesti e abusi sessuali (Strange Circus). In Cold Fish si concentra in particolar modo sulla figura del(l'ennesimo) padre inadeguato, passivo e vile, e sul suo apprendistato di violenza alla corte del sanguinario Murata; la tesi, fin troppo scoperta, è come anche la vittima apparentemente più inerme possa farsi carnefice, non tanto e non solo per vendicarsi dei torti subiti, quanto per ristabilire brutalmente l'autorità familiare vacante.  

La riflessione non è certo nuova, se già a fine anni '90 la genìa dei saiko horaa  à la Ring riportava in vita i fantasmi di una misoginia secolare per minacciare il decrepito e inerte ordine patriarcale con un vendicativo pantheon di demoni femminili; per  questo suo ultimo “horror sociale”, Sono, responsabile di una bizzarra parodia del j-horror femmineo (Hair Extension), attinge piuttosto al grand guignol degli splatter di due decenni prima, preferendo alle rarefatte atmosfere psicologiche dei primi la debordante fisicità dei secondi. L'inevitabile metro di paragone è Visitor Q di Miike, tanto per la furia iconoclasta tesa a sventrare l'istituzione familiare quanto per un simile senso del grottesco (lì caustico commentario antiborghese, qui scanzonato contrappunto al dramma sociale). Ma dove Visitor Q  si chiudeva con la figura salvifica della madre, abbozzando la possibilità di una palingenesi matriarcale, Cold Fish parla solo la lingua della restaurazione patriarcale. Morto un padre se ne fa un altro: il parricidio non è che la condizione necessaria per diventare i nuovi carnefici,  la prova generale utile a perpetrare ad infinitum i crimini paterni. Di qui il primo orrore: un padre fallito, riscopertosi figlio grazie a un mostro, è da quest'ultimo brutalmente educato al crimine (come dimostrano la scena d'iniziazione alla violenza in cui Murata costringe Shamoto a violentargli la moglie e la fatalista morale paterna ribadita a più riprese “La vita è dolore”). Il secondo orrore è nascosto nel titolo: l'espressione “cold fish”  non si limita ad indicare la vittima sacrificale da dare in pasto ai coccodrilli, come si palesa in una battuta del film, ma serve anche a definire una  persona insensibile, anaffettiva, fredda. E in Cold Fish è proprio questo a sconvolgere più del gore: l'indifferenza, ai limiti dell' inumano, con cui la coppia di assassini si dedica a ripetere, vittima dopo vittima, il metodo routinario e meccanico grazie a cui rendere “invisibili” via smembramento i concorrenti in affari, secondo una pianificazione lucida e scrupolosa che pare una sarcastica caricatura dell'utilitarismo capitalista.

Verso tale freddezza si sforza di giungere anche lo sguardo di Sono, teso in un cronachismo incalzante, in grado di spogliarsi progressivamente di orpelli e contorsioni narrative fino a farsi glaciale cronaca del male. Il maggior pregio del film sta proprio nella sua graduale contrazione, aprendosi mellifluo, enfatico e caricaturale (vicino alla bulimia kawaii dell'estenuante Love Exposure)  per inasprirsi e ammutolirsi strada facendo. Sembra un paradosso, ma proprio quando il film comincia a bagnarsi di sangue, finisce per asciugarsi, dall'altra, di inutili vezzi formali e frastornanti ridondanze di scrittura; proprio quando scioglie il dramma nella pura macelleria, sa farsi spaccato fenomenologico credibile e potente. Attenuando gran parte dei tic stilistici di Sono, come l'estrema prolissità narrativa e l'abuso della camera a mano, Cold Fish ne raffina la poetica, mantenendone  il registro bipolare (oscillante tra il grottesco e il tragico) e l'ossessione della religione come incubatrice di fanatismo e follia (con l'iconografia svuotata di senso a fare da carta da parati alla frenesia omicida, tra ceri votivi e statuette mariane) ma correggendo, almeno in parte, quella tendenza al compiacimento digressivo colpevole di aver condannato un film come Suicide Club al limbo dei capolavori mancati.  Nell'atto di scarnificarsi al ritmo dei suoi corpi, Cold Fish, pur aggiungendo ben poco alla poetica granitica di un cineasta eretico e incostante, rimane uno dei tentativi più riusciti di trovare un equilibrio, per quanto precario, all'interno di un'opera strutturalmente isterica, schizofrenica nei riferimenti (Cassavetes, Verhoeven, Russ Meyer, Fassbinder, H.G. Lewis) come nei generi percorsi, in grado di intrecciare  psicodramma ed exploitation, melo' e ultraviolenza, kammerspiel e pop surrealism.

Dario Stefanoni
Voto: 7.5
  
(07/10/2010)



Una progressione geometrica, senza speranza e senza redenzione. Violenza, sopraffazione, diritto del più forte, sesso macchiato di sangue, ogni cosa è macchiata di sangue. Ecco Tsumetai nettaigyo, ultima opera del regista di Jisatsu Sakuru Sion Sono. Sono riesce a gestire, da prodigioso direttore d’orchestra, una sinfonia in più movimenti scandita dall’inesorabile passare del tempo, sorta di cronometria della violenza. Cold Fish inizia, infatti, con un movimento allegro e gentile, prosegue con un adagio ove le tensioni affiorano lentamente ed esplode in un finale andante mosso, senza che lo slittamento dalla commedia prima ammiccante poi grottesca all’orrore puro (oltre l’Horror, Sono è una sorta di Haneke più esplicito e spregiudicato) sia percepita come una forzatura narrativa o una gratuita degenerazione. La macchina da presa, meno mobile e quasi sgraziata nella prima parte (inquadrature sghembe, composizioni asimmetriche), si libera progressivamente dagli obblighi incorporati di rispetto di una “certa distanza” rispetto agli eventi mostrati per divenire, nell’ultima parte, il prolungamento meccanico degli occhi sgranati e delle mani mortifere dei personaggi, presi al sommo del loro delirio omicida. In quest’avventura macabra e oggettivamente disturbante, nessuno si salva: né l’istituzione familiare (nessun affetto, solo effetticollaterali), né l’affermato capitalismo nipponico (il pesce, freddo e grande che fagocita il pesciolino). Un’opera la cui “aggressività” (il film, è un’interpellazione continua all’occhio, alla mente e al ventre dello spettatore) è pari alla riuscita formale. Quando l’eccesso è la chiave d’accesso al cuore e alla verità delle cose.

Manuel Billi
Voto: 9
  
(19/10/2010)




BilliCompianiPacilioSangiorgioStefanoni
9 7.5 7.5 8 7.5

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