CATERPILLAR

(Caterpillar )

di Koji Wakamatsu
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] 1940. La seconda guerra sinogiapponese restituisce al suo villaggio il tenente Kurokawa pluridecorato, ma senza più gambe e braccia, perse durante gli scontri. La moglie Shigeko diventa in breve tempo il centro delle attenzioni di amici, parenti e vicini; tutti nel villaggio nutrono grandi aspettative nella donna, che dovrà onorare l'Impero con la sua devozione al marito. Shigeko stessa, come il marito durante la battaglia, si metterà quindi al servizio della nazione, costituendo un esempio per tutti i compaesani.


RECENSIONI

Le premesse sono quelle (fisiche) di E Johnnie prese il fucile, manifesto dell'antimilitarismo, secondo film da regista dello sceneggiatore (perseguitato dal maccartismo) Dalton Trumbo. Gli sviluppi sono quelli di un soffocante kammerspiel rinchiuso tra le mura della crudeltà umana: Wakamatsu gira un' esasperata operetta sulla mostruosità della guerra, incarnate dalle macerie del corpo amputato del protagonista, sostanziate nell'atrocità delle conseguenze: l'elementare ciclo dei bisogni (nutrirsi, evacuare, copulare, dormire) e l'ipocrisia della costruzione mediatica del Mito di Guerra (Grande Narrazione con cui l'Impero alimenta se stesso nel nome di un nazionalismo martire e Storia con cui giustificare i tragici e assurdi effetti del conflitto, velando d'eroismo uno stupratore assassino ridotto a bruco umano) costringono la moglie a una compassione pilotata, a un amore taumaturgico tragico e ipocrita. Così, con una ferocia e una capacità di sintesi (il film è ipnoticamente prolisso e snervante, ma la complessità del discorso è riassunta in pochissimi, efficacissimi elementi) che ricorda i suoi capolavori degli anni 60/70 e la capacità metaforica di Imamura, Wakamatsu racconta l'abisso di un dramma privato che è immediato precipitato di un mondo: sulle figure dei due protagonisti si cristallizzano tangibili la violenza insensata della guerra, la fragilità dell'individuo di fronte alla tragedia, l'ineluttabile, invalidante peso simbolico dello scontro, in traiettorie che non sacrificano l'individuo all'evidenza della tesi, ma ne preservano la complessità, la contraddittorietà, anche a fronte della meschina mediocrità dell'umanità messa in scena, per la quale lo spettatore è portato a provare una gamma di sentimenti che va dal disprezzo alla compassione, senza soluzione di continuità.

Da un racconto di Edogawa Rampo, Wakamatsu gira un devastante atto di accusa, profondamente didascalico nei fini (si vedano dichiarazioni e didascalie finali), mai accecato nonostante la foga iconoclasta, invece densissimo nella sua elementarità (anche stilistica, con le parole del Potere a stamparsi sulla pellicola e sul dramma privato, con le fiamme del peccato a ricordarci, via flashback, la consistenza ributtante dei gesti del protagonista). Wakamatsu riesce a rendere concrete le figure della sua invettiva, in un umanesimo vibrante quanto intriso di irremedibile nichilismo. Il suo cinema, a fronte di una profonda stratificazione nell'articolazione del discorso, ha raggiunto ormai la trasparenza della messa in scena, la frontalità priva d'orpelli e la facilità di lettura dei maestri.

Giulio Sangiorgio
Voto: 8
  
(07/01/2011)




BarattiBellucciDi NicolaLazzarinPacilioSangiorgioStefanoni
5.5 7 6.5 9 6 8 7

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