CATFISH

(Catfish )

di Henry Joost
TRAMA

Ariel Schulman e Henry Joost, due giovani filmmaker newyorkesi, cominciano a documentare l’inizio della relazione virtuale tra Nev, il fratello di Ariel, e Megan, una diciannovenne di un paesino del Michigan. Nonché con la famiglia di lei: Abby, la sorellina, una bambina-pittrice incredibilmente dotata e la madre Angela. Presto, però, si accorgono che c’è qualcosa di strano e decidono di scoprire la verità, filmando tutto dal vivo


RECENSIONI

Sin dalla sua presentazione al Sundance 2010, Catfish è diventato un piccolo caso della galassia indie. Molti ne hanno messo in dubbio la veridicità, sospettando che l’intera storia fosse un’articolata montatura oppure che gli autori avessero ricreato ex post alcune scene e situazioni per poter riprodurre uno sviluppo narrativo compiuto, sempre “dal vivo”. La peculiarità di Catfish, infatti, è che tutto accade in presa diretta davanti all’obiettivo (obiettivi variegati e variamente sgangherati: fotocamere digitali compatte, iPhone, videocamere tascabili): vediamo quando Nev telefona a Megan per la prima volta; vediamo quando i nostri scoprono la storia delle canzoni “rubate” e cominciano quindi a sospettare che la “facebook family” nasconda qualcosa di strano; vediamo, poi, l’arrivo nel Michigan, alla ricerca della verità reale.

Potrebbe sembrare bizzarro che un documentario che s’industria col tema impervio dell’autenticità si riveli esso stesso ibrido tra fiction e non fiction. In verità, la questione dovrebbe appassionare poco. Gli autori giurano che tutto è vero e autentico e che non ci sono state scene filmate ex post per ricostruire fatti avvenuti a camera spenta. Siamo costretti a crederci o altrimenti dovremmo confessare di aver scovato autori e attori geniali, capaci di un simile falso. Il mix di verità e finzione, poi, è insito già nella costruzione filmica: il montaggio, come hanno ripetuto i tre in diverse interviste, è di per sé falsificazione e artificio, esattamente come un profilo Facebook, costruito con più o meno cura per restituire l’immagine di sé che più aggrada. L’oggetto, tuttavia, resta delicatissimo e l’intrusione dell’obiettivo cinematografico nelle vite vere e fragili di Angela, Vince, Abby e i due gemelli, crea qualche sconforto. La correttezza etica di Catfish, contestata da più parti, è messa in pericolo soprattutto dall’intenso contrasto tra i tre giovanotti di Manhattan (che col film parteciperanno a un prestigioso festival cinematografico e guadagneranno una certa fama) e la famiglia che scoprono a Ishpeming, Michigan. Il terzo atto del film, in particolare, a casa di Angela, ha momenti di estremo disagio per lo spettatore, voyeur suo malgrado dell'esibizione forzosa di una donna in difficoltà.

Tuttavia, nonostante il rompicapo teorico in cui finzione, esibizionismo, narcisismo e false identità si confondono tra intreccio (la storia virtuale di Nev e Megan) e medium (il film di Schulman e Joost), Catfish rivela, oltre alla formidabile costruzione filmica e all’ispirata coerenza visiva, un’inattesa compassione. Con la stessa fresca naturalezza con cui il film maneggia i gadget del nostro presente (facebook, youtube, google map, google street view, navigatori gps, iPhone), incorporandoli in modo intelligente e per nulla forzato nel quadro filmico (senza l’artificio di chi – tutti gli altri – vuole invece farne oggetti di una contemporaneità studiata e quindi fasulla), Catfish ricompone il ritratto intenso e delicatissimo della vera artista del film, la creatrice di un piccolo, incredibile Truman Show fatto a misura di Nev.

Malgrado la furbizia che potrebbe trapelare qua e là nell’operazione, Catfish resta (documentario o mockumentario che sia – forse, azzardo, ancor più nella seconda ipotesi) un’opera essenzialmente sincera, delicata e compassionevole, intelligentemente conficcata nella materia complessa che maneggia e, con molta probabilità, spontaneamente seminale (di quel che vedremo poi).

Roberto Tallarita
Voto: 8.5
  
(10/08/2011)




Di NicolaFavaraTallarita
7.5 5.5 8.5

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