MOTHER

(Madeo )

di Joon-Ho Bong
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] Un piccolo centro nella Corea del Sud. Una donna, vedova, vive con suo figlio, che ha dei problemi di ritardo mentale, vendendo erbe medicinali e praticando l’agopuntura senza licenza. Quando il giovane viene accusato del brutale omicidio di un’adolescente, la madre farà di tutto per scagionarlo e scoprire il vero colpevole.


RECENSIONI

Una donna non più giovane in un campo di grano. Apparentemente smarrita, con i tratti del viso affaticati dalla tristezza e da una preoccupazione ignota, d’improvviso comincia a danzare. Il folgorante incipit di Mother è all'insegna di un lirismo addolorato e stordente, imbevuto di uno stato d’animo scombussolato e sul precipizio dell'autoannullamento, che ritornerà nello speculare, e altrettanto danzato, finale: l'abbandono lambisce la follia, la macchina da presa disegna sequenze di fragilissima e inquieta grazia. Danse macabre, herbes folles. Quel che segue è (oltre che un bellissimo film di lancinante amarezza) la conferma della statura di Bong Joon-ho, regista che con soli quattro titoli (e mezzo, considerando anche il segmento del trittico Tokyo!) può essere annoverato già tra i maggiori autori del cinema contemporaneo, non solo asiatico.

Dopo l’esaltante “blockbuster d’autore” catastrofico-metropolitano The host, Bong sembra tornare alle indagini limacciose della provincia rurale di Memories of murder ma ancora di mostri e ordinaria mostruosità ci parla. Melodramma materno dal cuore nerissimo e allucinato, satira sociale passata al bisturi di un grottesco glaciale, thriller dalla combustione lenta (suspense intermittente, detection frustrata), Mother mina dall’interno i codici di genere di riferimento per scoperchiare l’orrore esistenziale e il malessere devastante in cui macro e microcosmo, società e individuo, sono inestricabilmente avviluppati. La famiglia di The host, ultimo baluardo strapazzato ma vitale contro la generalizzata pulsione di morte, qui è tessuto sconnesso e privo di figure paterne; le istituzioni, stanco surrogato maschile di un nebbioso ordine morale, si piegano a facili compromessi per raggiungere col minimo sforzo la soluzione più comoda, inghiottite nel meccanismo di una Corea rigorosamente classista. A far da inermi e quasi involontarie custodi di una giovane e giovanissima generazione che ha perso l’innocenza (e il senno) da un pezzo, ossessionata da una carnalità smodata e misera a colmare il vuoto di senso, ci sono solo donne, donne piegate dalla vita, giovani donne che non riescono ad avere bambini, vecchie pazze.

L’assassinio di una liceale mette in pericolo non solo la sorte del giovane ritardato accusato dell’omicidio ma anche ciò che resta dell’identità già barcollante della protagonista (superba prova di Kim Hye-Ja, attrice televisiva molto popolare in patria soprattutto per i suoi rassicuranti ritratti materni): significativamente priva di nome proprio, vedova, socialmente subalterna, sessualmente frustrata, affettivamente isolata, è esclusivamente nell’essere madre che la donna ha un ruolo e un posto sia pur esiguo nel mondo, il rapporto iperprotettivo col figlio colorandosi così di vischiose e isteriche e quasi necessarie sfumature incestuose. L’ambiguità, oltre che principale ingrediente della tavolozza psicologica dispiegata da Bong, diventa anche uno strumento per adattarsi alle più ingrate circostanze e spingersi ad atti impensabili: tutti i personaggi, pur ritratti con precisione e mai solo abbozzati, rimangono sostanzialmente inafferrabili e imprevedibili nel loro agire (l’apice lo si tocca probabilmente nel personaggio del figlio, ottuso e angelico, idiota e visionario, figura buffa e tragica). L’insensibilità al mondo esterno è giusto una tappa ulteriore di questa strategia di sopravvivenza.

Fotografia plumbea, décor opprimente e disadorno (sia negli esterni che negli interni), un continuo senso di allarme sottopelle. Bong governa il mélange di toni e i capovolgimenti di prospettiva in una controllata messinscena di disturbata e disturbante eleganza, aspra sublimazione della ricchezza deflagrante del film precedente: la calibrata fluidità delle riprese viene repentinamente scossa da gag dissonanti, accessi di violenza, scudisciate di humour nero, con improvvise inquadrature a piombo e totali spaesanti a turbare la frontalità per poi tornare alla calma apparente, sull’orlo di una crisi di nervi. Una dolente e sorda disperazione innerva lo stile senza soffocarlo, facendo ardito slalom tra il triviale e il tragico, mentre lo scandaglio umano si sostanzia di una riflessione devastante sulla memoria e l’oblio, in un reticolo sempre più stretto di ricordi parziali, con i fantasmi del passato che emergono all’improvviso a riabitare le inquadrature del presente, rinnovando il dolore, risvegliando le colpe, smontando ciò che sembrava già assodato, la strenua indagine privata della madre rivelandosi crudele arma a doppio taglio. La realtà è un magma impenetrabile, la verità ne è il cuore insensato, stolidamente impietoso. Meglio cancellarla (lo splendido dettaglio dell’agopuntura), lasciandosi trascinare in una danza ancor più stolida, come fa la protagonista, menade triste, madre artatamente smemorata, nella lacerante sequenza finale, vacillante e controsole.
Magistrale.

Michele Favara
Voto: 8
  
(10/08/2011)




BilliDi NicolaFavaraPacilioStefanoni
8.5 8 8 7 7

Back