SOLDIER


di Paul W. S. Anderson
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] 2036: una nuova stirpe geneticamente modificata soppianta i soldati speciali del capitano Church, fra cui il sergente Todd che, creduto morto, viene abbandonato sul pianeta Arcadia, dove incontra una comunità pacifica che lo teme.


RECENSIONI

Anderson ci mette il cuore e gli spettatori lo disertano: da un lato, è un suo tipico prodotto “di pancia”, macho, sparatutto, figurativamente curato, (u)moralmente “basic”, con pathos in tracce archetipiche. Dall’altro, non lo è: (anche) commovente, attento ai sentimenti, insolitamente “classico” (per messinscena e coordinate western). La sceneggiatura di David Webb Peoples (Blade Runner: stesso periodo d’ambientazione e molte similitudini fra gli androidi di quel capolavoro e questi soldati obsoleti), per quanto giocata su direttrici e temi scontati (il “super soldato”; il riscatto del mostro suo malgrado; i civili allenati alla resistenza), è abile nel giustapporre gli ingredienti per una progressione drammaturgica appassionante e, soprattutto, ribalta il punto di vista della poetica del regista, nel momento in cui lo costringe a scovare emozioni nell’uomo-macchina, anziché connotare l’essere umano in mera opposizione a mostri senz’anima. L’Universal Soldier viene progressivamente svelato come vittima, crollano i manicheismi da videogioco del regista, attento a coglierne barlumi di coscienza, sensazioni in sguardi fugaci. L’arido soldato protagonista è la superficie riflettente del cinema di Anderson che, per una volta, mostra un lato inedito: non solo l’automa votato all’azione eterodiretta e laconica, dove si compie la missione straordinaria senza crucci controproducenti al motto “Paura (per la platea) e disciplina (nei confronti dei canoni di genere)” o “La pietà (lo spessore filmico) è debolezza, la debolezza è morte (al botteghino)”. C’è anche, sussurrata, la sensibilità non mercantile che s’incanta davanti alla bellezza di Connie Nielsen, trema nel suo abbraccio materno, matura nello sguardo di un bambino, nelle prime lacrime da esiliato e nell’amore mai conosciuto che fiorisce fra civili incruenti. Senza rinnegare la necessità dell’azione: la pace non può fare a meno del guerriero che la difenda. Fondamentale la presenza carismatica di Kurt Russell, espressivo anche in assenza di parole: esalta con il suo “Li ucciderò tutti” e, fuori e dentro il film, dà una lezione d’esperienza ai nuovi “mister muscolo”.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7
  
(09/08/2011)




Rangoni Machiavelli
7

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