THE TEMPEST

(The Tempest )

di Julie Taymor
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] Prospera, vedova del duca di Milano, e sua figlia Miranda sono esiliati da anni in un'isola, dopo che il fratello di Prospera, Antonio, aiutato dal re di Napoli, l’ha deposta dal ducato milanese. In possesso di arti magiche apprese dai libri della sua prodigiosa biblioteca, Prospera è servita da uno spirito, Ariel, che ha liberato da un incantesimo stregonesco. Col suo aiuto crea una tempesta facendo naufragare nella sua isola i suoi antichi nemici.


RECENSIONI
Prospera's books

La tempesta shakespeariana adattata dalla Taymor, dato che balza subito agli occhi, muta il sesso del protagonista, che diventa una donna, Prospera. Ha dichiarato la regista: Vi sono state un paio di donne eccezionali - ed Helen Mirren è una di loro – che mi hanno fatto pensare: Dio mio, ma cambierà il testo? Che succede se questo ruolo diventa femminile? La risposta è: niente.
Questo film ci mette nelle condizioni di comprendere al meglio, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il metodo di lavoro della Taymor: ancora alle prese con una base molto nota (ieri i Beatles, l’altro ieri la figura di Frida Kahlo, in origine ancora uno Shakespeare) la regista crede che basti uno sfacciato famolo strano per dire qualcosa di artisticamente significativo. Non c’è assolutamente nulla che giustifichi questo nuovo adattamento del dramma del Bardo, anche se questo testo è uno di quelli che più si attaglia a essere rivisitato, introiettato, fatto proprio, riconsegnato a nuova vita e a nuove letture: basti pensare - a parte l’eduardiano e teatrale La grande magia - allo strambo (e fallimentare per molti versi) Tempest di Mazursky, al cruciale fantascientifico Il pianeta probito di Wilcox, per arrivare ai due opposti britannici, il tenebroso e, a suo modo, rigoroso adattamento di Jarman e quello ricco e massimalista di Peter Greenaway che, unico caso della sua carriera di sceneggiatura non originale, fece di Prospero’s books uno dei suoi film più esuberanti e significativi, sorta di quintessenza di ciò che può dirsi greenawayano, piaccia o meno.
La Taymor, guardandosi bene dall’azzardare qualcosa, prende il testo per quello che è (come già fece in Titus), senza farsi tentare da possibili riverniciature della lettera in chiave moderna, e si preoccupa solo di abbigliare con nuove vesti i personaggi, assegnare una bella casa a madre e figlia e farle sbarcare in un brullo isolotto (il set è hawaiano) in cui si respira un’aria postatomica e in cui il massimo riferimento visivo è la serie Mad Max, con la Mirren a fare da Tina Turner della situazione.

Se la prima immagine è forte ed efficace, e presenta l’unica bella idea del film (il castello in primo piano che sotto la pioggia si sfalda rivelandosi una miniatura di sabbia che sta su un palmo di mano, immagine significativa a più livelli, per una storia che su trucchi e finzioni si basa e che sottendeva, dietro le mirabolanti magie di Prospero, gli incantesimi letterari del mago Shakespeare), tale allettante premessa viene poi smentita da una realizzazione di rara piattezza e banalità, in cui il multiforme carattere dell’opera, che per un verso è drammatica (la vicenda dei naufraghi nobili: dolore, complotto, morte), per un verso comica (la sezione dominata da Trinculo, un bravissimo Russell Brand), per un verso romantica (Miranda e l’innamorato Fernando) e per un verso autoreferenziale (Shakespeare/Prospero alla fine del suo ciclo, depone la penna e chiede al pubblico l’assoluzione), su tutto dominando il demiurgo protagonista, viene reso adeguatamente solo dagli ottimi attori, tutti di prim’ordine e tutti all’altezza del loro compito. Accanto alla pugnace Helen Mirren, Dijmon Hounsou rende la figura di Calibano, giustamente, come quella di un aborigeno mentre Ben Wishaw/Ariel diventa una sorta di Campanellino: a quest’ultima figura sono demandati quasi tutti gli interventi in digitale, soluzione assai notabile che fa delle sortite dello spirito un elemento a parte del film, altra scelta infelice, che non giova certo alla compattezza del lavoro.

Ciò che davvero manca a The tempest è un’idea forte di allestimento e una conseguente, strutturata concezione scenica: non basta la musica di Goldelthal (che fa un lavoro sopraffino, mescolando chitarre distorte anni 70 a un sontuoso scialo d’archi - con in più i bei canti di Ariel, lo struggente languore di Fernando - un brano molto bello alla sua amata Miranda - e la coda finale di gran lusso affidata alla voce di Beth Gibbons) se ad essa deve far riscontro il pacchianissimo masque in cielo o la sciocchezzona di finto delirio visionario dell’Ariel più demoniaco: è tutta robetta, sono trovatine, ideuzze e pinzillacchere che vanno a coprire la pochezza di fondo: è insomma il gioco di prestigio dell’imbonitore che cambiando la marca stilistica di riferimento con un’altra o mescolando alla rinfusa le epoche crede che ciò possa arrivare a significare qualcosa (tanto c’è il testo del dramma che lavora per lui, i temi e le argomentazioni sono tutte in saccoccia): insomma in The Tempest si fa dell’immortale letteratura, ma d’intelligenza creativa non ce n’è neanche un grammo e se Prospera alla fine lancia il bastone dalle rocce, rinunciando alle sue magie, Julie Taymor, si guarda bene dal mollare lo scettro di incontrastata regina del midcult.

Luca Pacilio
Voto: 4.5
  
(05/10/2010)




BaronciniPacilioRangoni MachiavelliSangiorgioStefanoni
6.5 4.5 6.5 4 4.5

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