GET LOW

(Get Low )

di Aaron Schneider
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] Tennessee 1930. Dopo un isolamento di 40 anni, Felix Bush organizza il suo funerale da vivo.


RECENSIONI
Funeral party

Esordio al lungometraggio di Aaron Schneider, Get Low si presenta come un percorso di disvelamento: cosa è successo nella vita di Felix Bush? Cosa lo ha portato a “imprigionarsi” in casa parlando solo con il suo cavallo? In questo senso, davvero sintomatico è l’inizio muto del film: si assiste alla successione di immagini significanti (una casa che brucia – il bimbo entra nella tenuta – Felix imbraccia il fucile) che si esprimono attraverso la messinscena e lanciano subito il “mistero” sul protagonista. L’indagine si sviluppa poi nelle voci dei personaggi che parlano di Felix, lo definiscono, ma in modo inevitabilmente personale e parziale: se lui non parla di sé stesso tante sono le “storie” sul suo conto che, nel Tennessee contadino degli anni ’30, tessono la tela della superstizione e - sottotraccia - sottolineano il legame con il western (il racconto, la leggenda) come genere di riferimento. Ascoltare, tramandare e narrare gli altri (“Ho sentito che una volta ha ucciso un uomo in una rissa”) è una chiave della pellicola, con feticci e oggetti di scena (una vecchia foto incorniciata), fino alla rivelazione: la confessione pubblica dell’uomo scioglie l’enigma, risolve il passato e prepara il futuro, muovendo il passo decisivo verso la Morte.

Felix Bush (Robert Duvall) vuole essere presente alla festa del suo funerale, che si svolgerà prima del trapasso. Per organizzarla accetta l’aiuto dell’impresario Frank Quinn (Bill Murray) insieme all’assistente Buddy (Lucas Black); l’uno navigato e materialista, l’altro giovane e più umano, animato dal dubbio morale. Sullo sfondo si muove la figura di Mattie (Sissy Spacek), ombra del passato di Felix, che nell’elegante incontro casuale – non a caso: sulla soglia delle pompe funebri – si ripropone anche nel presente. Suona presto evidente il paradosso che sottende il narrato: all’inizio Felix è un vivo morto, l’organizzazione del funerale è una nuova gravidanza, nel discorso pubblico egli rinasce, quindi poco dopo finalmente muore. Get Low (da una battuta di Felix: “I want to get low”, voglio farla finita), avendo chiari gli obiettivi di fondo, nell’andamento è costruito in modo sottilmente schematico: tanto è sfaccettato il personaggio di Felix, quanto gli altri scontano a volte una ripartizione automatica nei tratti caratteriali (Frank/il guadagno – Buddy/la comprensione – Mattie/il sentimento) e nelle situazioni narrative (Buddy – sposato, con un figlio – capisce il suo opposto Felix – solitario, antisociale). Anche con questo procedimento prevedibile, però, Schneider innesca un gioco di simboli e figure speculari che si rivela stratificato: vedi il lavoro di Felix come falegname, che egli svolge per sé stesso, ma in realtà si apre all’universalità e diventa rito di espiazione (le “cose” da lui costruite sono: la casa/prigione, la chiesa, la bara). “La gente è terrorizzata da ciò che non sa”, si afferma; per i concittadini Felix è l’ignoto, lo sconosciuto, esattamente come sconosciuta è la fine: anche il protagonista e la Morte sono speculari. E’ così che, nelle righe dell’intreccio, la storia svela alcuni grandi temi del cinema americano: la colpa e la punizione, l'avanzare dell’aldilà, il rapporto con Dio e con gli uomini (il dilemma: basta auto-punirsi o serve il perdono divino?). Peccato che la seconda parte della pellicola sciolga il senso di mistero, con dialoghi troppo esplicativi anche per un film che punta apertamente al significato: l’atmosfera melò scivola gradualmente nella retorica soprattutto nel finale, nel discorso pre-mortem di Felix.

Nel cast l’incensato Robert Duvall trova certamente il “ruolo della vecchiaia”, quello che resterà; ma addirittura migliore sembra l’ennesima, sontuosa interpretazione di Sissy Spacek dimessa e commovente. Presentato in Italia al Torino Film Festival, invisibile nonostante il tris di attori (Duvall-Murray-Spacek), Get Low è film apparentemente minimalista, in realtà puntato dritto al cuore dell’America: sotto la corazza inossidabile, alla ricerca del fondo romantico e struggente.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6
  
(20/07/2011)




Di NicolaPacilio
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