L'ALBERO

(L'arbre )

di Julie Bertuccelli
TRAMA

La vita degli O’Neil e l’elaborazione del lutto per la scomparsa del capofamiglia.


RECENSIONI
How Peter became a tree

L’opera seconda di Julie Bertuccelli, già assistente di Iosseliani, Kieslowski e Tavernier, è come il precedente Depuis qu’Otar est parti un film sulla presenza (di un) assente, la ricognizione di una mancanza che non produce il vuoto, ma un nuovo assetto dell’esistenza quotidiana, con il quale i superstiti devono, dapprima impercettibilmente, poi con evidenza sempre più schiacciante, fare i conti. Il gigantesco albero che segna la fine della vita di Peter, e tramite il quale la piccola Simone per prima e in seguito la stessa vedova, Dawn, comunicano con l’idolatrato genitore e marito, è un segno ambiguo e contraddittorio: come Peter, sostiene (letteralmente) il focolare e lo protegge, lo avvolge, ma al tempo stesso rischia di soffocarlo e ne compromette la stabilità. Tutelando moglie e figli dalle minacce del mondo esterno, si pone anche come una barriera che impedisce loro di godere in pieno delle potenzialità dell’esistenza. E l’intera covata degli O’Neil sembra percorsa dal desiderio, dalla frenesia di spiccare il volo: il figlio maggiore è impaziente di andare a Sydney, la stessa Simone sogna esotici scenari europei, Dawn ripensa con malinconia alla sua giovinezza girovaga in compagnia del padre e letteralmente rifiorisce nel rapporto con un uomo incrociato (quasi) per caso, con il quale (ri)assapora, prima ancora delle gioie dell’amore, quelle del cameratismo. La metafora, in cui è insito un concreto rischio di pesantezza letteraria, è gestita con abilità dalla regista, che sceglie una narrazione ellittica e frammentaria, immergendo la saga familiare nella poesia mai stucchevole di scenari grandiosi ma tutt’altro che cartolineschi. La sconfinata solitudine degli spazi australiani, il sole accecante e le tenebre venate di scintille sono a tal punto consustanziali al vissuto dei personaggi, che il rischio del calligrafismo può dirsi felicemente scongiurato. Il carattere dimostrativo e un po’ pedestre di alcuni dialoghi (specie quelli che coinvolgono i bambini) si muove in una direzione diametralmente opposta, che non riesce però a cancellare, se non a tratti, la suggestione disseminata a piene mani in molti punti della pellicola, su tutti il grandioso finale, per nulla riconciliato o consolatorio, anzi, venato di quieta disperazione.

Stefano Selleri
Voto: 7
  
(16/07/2011)




SangiorgioSelleri
5.5 7

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