BLOODY SUNDAY

(Bloody Sunday )

di Paul Greengrass
TRAMA

Derry, Irlanda del Nord, domenica 30 gennaio 1972. Durante una marcia per i diritti civili, tredici cittadini irlandesi sono uccisi dall’esercito inglese.


RECENSIONI
How long?

Secondo Brecht, chi dice di combattere il nemico è il nemico. Lo prova, nel caso ce ne fosse bisogno, questa ricostruzione della “domenica di sangue” in cui si risolse la manifestazione organizzata dal parlamentare Ivan Cooper.
Paul Greengrass, più che un reportage (come è stato e sarà scritto), crea una tragedia greca, in cui il rispetto delle unità di tempo (un giorno, dalla sera di sabato alla notte di domenica), luogo (la città di Derry, o, come la chiamano gli inglesi, Londonderry) e azione (le diverse fasi della marcia, la preparazione, il corteo, gli scontri, i morti) è più di un narcisistico omaggio alla tradizione. Attraverso la struttura della più antica forma drammatica della cultura occidentale, il regista punta a restituire all’arte la sua funzione civile, prima ancora che banalmente sociale. Il cinema può, e, nel caso di un evento terribile e a rischio rimozione (totale) come questo, deve essere il megafono di una coscienza collettiva decisa a non dimenticare, ma neppure a perdersi nel gorgo di una sterile vendetta.
La divisione dei personaggi è assolutamente priva di connotati manichei: se l’esercito inglese è descritto come un branco di ottusi guerrafondai che si servono della divisa e del cosiddetto “spirito di corpo” per giustificare, anzi, glorificare la propria voglia di massacrare un po’ di civili (dato che “sono tutti terroristi”, come afferma un militare), il movimento pacifista non è fatto (solo) di eroi. Lo stesso Cooper è descritto come un politico coraggioso e sensibile, ma pur sempre un politico, molto innamorato della propria immagine, per non parlare della voce; l’organizzazione della marcia lo spinge a trascurare i problemi, più piccoli ma non meno urgenti, della gente comune (che lo “assedia” al mattino) e della sua stessa vita (il rapporto con la fidanzata, tormentato anche a causa di diversità religiose). E che cosa dire della cupa rassegnazione con cui il parlamentare tollera la presenza dell’IRA nella zona in cui dovrà avere luogo la marcia?
Il prologo, un montaggio alternato delle conferenze stampa che precedono la giornata della marcia, esprime con forza l’impossibilità, per chi guarda, di schierarsi dall’una o dall’altra parte senza tentennamenti. La tecnica dei discorsi paralleli, cara al Bardo, suggerisce la relatività dei punti di vista, senza giustificare gli opposti isterismi. Allo scoppio della battaglia, la tecnica di ripresa (già frammentaria, di grande impatto anche grazie all’uso del digitale e della macchina a mano) si fa esplosiva, l’immagine si precipita sui personaggi, con una violenza documentaria che solo la ricostruzione cinematografica può rendere così espressiva, l’insensatezza umana tocca il suo apice: i militari sparano alla cieca contro bersagli mobili e inermi, l’odore della paura e della follia è percepibile quasi a livello fisico, dall’una e dall’altra parte, finché non resta che il silenzio, il dolore, le morti, l’assenza di giustizia. E la crescita esponenziale del prestigio dell’IRA, terzo litigante che gode senza ritegno.
Diviso in microsequenze, come stazioni di una Via Crucis che deve ancora terminare, “Bloody Sunday” ha il merito di piegare la forza del cinema, che rischia sempre di non essere che sterile magniloquenza, a sottolineature sussurrate, e per questo ancora più efficaci: il rumore incessante di telefoni e pallottole (parole e fucili smembrano le già fragili speranze di pace) rende ancora più disperato il fato delle vittime innocenti di questa lotta, di ogni lotta (la silhouette degli amanti che si baciano sullo sfondo del presidio inglese, l’inutile attesa di lei, la discesa della scalinata sotto la cruda luce dei lampioni).
Se la collusione dei poteri statali (le sequenze conclusive) ha impedito che giustizia fosse fatta (per quanto ancora?), l’arte continua a sostenere il ricordo e la riflessione critica (l’esecuzione della canzone degli U2, unica musica “esterna” alla presa diretta, sui credits finali). Sguardi, gesti, esitazioni e lacrime sono, in casi come questi, più espressivi delle parole: i dialoghi sono un po’ troppo schematici e programmatici, ma le immagini, crude(li) e commoventi (la citazione di Schlesinger è più che un vezzo), colpiscono al cuore e scuotono la coscienza di chi guarda.

Stefano Selleri
Voto: 8



COMMENTI
In Cold Blood(y Sunday)

Se la capacità di suscitare indignazione fosse un fattore da considerare nella valutazione di un film, l'opera di Greengrass meriterebbe un bel voto perché, dando per vero quello che racconta - ci permettiamo di non dubitare, se non dei dettagli, della sostanza della versione dei fatti proposta -, pensando ai tempi che viviamo, a Napoli & Genova, alle innumeri insabbiature di questi anni, alle violenze autoritarie propinate a destra e a manca, un'opera come questa risulta un esemplare monito ad aprire gli occhi, a non accontentarsi delle notizie proposte da televisioni e giornali manipolati etc. (non inizierò il discorso che intendo evitare, quello politico) e la descrizione di una tragedia consumatasi con (a dir poco) scandalosa premeditazione. Faccio questa premessa non perché l'argomento trattato da BLOODY SUNDAY mi faccia sentire in colpa per quel che andrò a dire ma perché ritengo che per questo come per altri film (l'esempio recente che mi viene in mente è NO MAN'S LAND) la spinosità della materia trattata venga considerata come una sorta di valore aggiunto dal quale non si può precindere. Non è un caso che questo tipo di pellicola trovi nei festival onori e gloria, legando facilmente le mani ai giurati con il (ricatto del) ficcante e irresistibile sdegno che va a provocare. E allora? E allora come esempio di sacrosanta controinformazione (dando per informazione quella innocua (?) pappa standardizzata che ci viene propinata) BLOODY SUNDAY è un film necessario, dal punto di vista prettamente cinematografico lo è molto meno. Il regista sceglie un registro documentaristico (ergo macchina a mano, montaggio fratto, brusche dissolvenze, immagini sporche e sfocate) smentito da una serie di facili didascalismi, spiegazioni ricalcate, da uno sforzo spropositato di voler essere autentici a tutti i costi che è proprio ciò che smentisce quella verosimiglianza alla quale si ambirebbe arrivare (non tocco il discorso sul realismo al cinema perché signficherebbe infilarsi in una voragine). Domina la cronaca della domenica insanguinata una semplificazione che sa di banalizzazione, uno schematismo che pare non rendere giustizia ad un avvenimento di certo più complesso, posto che il tentativo di approfondimento si affida ad alcune notazioni a margine che fanno solo colore (cambia la tinta ma il modo di usare il pennello è ugualmente sciatto) e ad alcune rigidità che sono il macigno che pochi film a tesi riescono a sollevare. Certo le scene della carneficina sono sconvolgenti, tese e lancinanti, costituiscono il cuore e la ragione d'essere di una pellicola, vittima di un'ortodossia che sa essere ottusa, che si mostra poco incisiva, protesa com'è a esporre piattamente le cose piuttosto che interrogarle o interpretarle.  Un tempo si accusò Truman Capote di aver fatto con A SANGUE FREDDO un reportage e non un romanzo, posto che tutto ciò che narrava in quelle (straordinarie) pagine non era altro che il puntuale resoconto di fatti realmente avvenuti [tra le voci critiche quella di Norman Mailer che fu poi autore di svariati romanzi-verità, "pur facendo molta attenzione a non definirli mai tali" (T.C.)] ma anche in quel caso non è ovviamente l'argomento trattato a permetterci di derimere la questione del valore artistico del risultato quanto l'indiscutibile caratura letteraria della scrittura dell'autore. Per BLOODY SUNDAY vale lo stesso discorso: lo sforzo è nobile (e utile) ma il risultato artistico non proprio memorabile.

Luca Pacilio
Voto: 5.5



Una vergognosa pagina della storia inglese, per cui non è mai stata fatta giustizia e che gli U2 canteranno per sempre (Sunday Bloody Sunday: “How long? How long must we sing this song?”). Se ne fa portavoce l’inglese Greengrass (non per primo, non per ultimo), con passato da documentarista e di drammatizzazione televisiva di eventi realmente accaduti: a parte il potente realismo con cui restituisce gli eventi, ri-gettando nel sanguinoso evento in stile La Battaglia di Algeri, ciò che colpisce favorevolmente è il suo originale linguaggio cinematografico che imita il documentario, con dissolvenze in nero che annullano anche il sonoro (si ha, così, la sensazione che le scene siano estrapolazioni di registrazioni “vere” molto più lunghe), macchina a mano, colori spenti (per le luci tutte naturali) che emulano quelli delle trasmissioni TV anni settanta, scene di massa, recitazioni spontanee (finto-improvvisate). Caos figurativo e montaggio sincopato non sono, probabilmente, i più consoni per costruire una drammaturgia con climax e pathos (di cui era maestro il Jim Sheridan di Nel Nome del Padre, qui produttore esecutivo), ma l’indignazione è restituita appieno, anche grazie alla sceneggiatura del regista che, basandosi sul libro “Eyewitness bloody Sunday” di Don Mullan (documentato, con testimonianze certificate), non vuole essere manichea, cerca tutte le responsabilità in campo, pur, doverosamente, schierandosi dalla parte dei più deboli e, soprattutto, degli innocenti. Orso d’Oro a Berlino.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




BellucciPacilioRangoni MachiavelliSelleriZambenedetti
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