LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG

(Greenberg )

di Noah Baumbach
TRAMA

Los Angeles: in attesa di meglio Florence lavora come assistente tuttofare della famiglia di Philip Greenberg. Quando i Greenberg partono per una vacanza in Vietnam lasciano la casa al fratello di Philip, Roger, reduce da un esaurimento nervoso…


RECENSIONI
Hurt people hurt people

Noah Baumbach, dopo Il matrimonio di mia sorella, film bellissimo e penalizzato da una distribuzione miope e poco coraggiosa (in Italia, ma non solo, non ha visto le sale, uscendo direttamente in homevideo), torna nei cinema con una pellicola che ci si affretta a definire commedia (e la titolazione italiana ci marcia, alimentando questa impressione), ma che del genere ha solo alcune situazioni e meccanismi, residuando un fondo emblematico, depressivo e problematico, dal quale non è possibile prescindere, anzi: si parla, ancora una volta, di una crisi esistenziale, luogo ricorrente per un autore che ha posto al centro della sua opera un’umanità vulnerabile fatta di personaggi fragili e spaventati che si difendono dalle insidie del mondo esterno da cui si sentono sì minacciati, ma che non smette di attrarli. Le lettere di protesta che il protagonista di Greenberg scrive compulsivamente non fanno che attestare, dunque, l’inadeguatezza dell’uomo nei confronti di una realtà che viene percepita sempre e comunque come ostile e aggressiva, dalla quale ci si illude di immunizzarsi attraverso rituali tanto inutili quanto tranquillizzanti. Per lo stesso motivo Roger vuole sapere cosa si dice di lui: dagli altri, di cui nutre una paranoica paura, vuole rassicurazioni e non sorprese sgradevoli, dunque tende a prevenirli, a pararne i possibili colpi e le ipotetiche critiche, cadendo nell’inevitabile paradosso: egli si illude di poter prescindere dallo zoo umano che lo circonda ostentando l’individualismo patetico di chi si pone fieramente ai margini di tutto, ma volendo esercitare su di esso un controllo preventivo, denuncia, proprio con quell’intento, tutta la sua dipendenza dal consesso umano e il suo malinconico soccombervi.

Roger Greenberg è un personaggio di straordinaria complessità, ricco di sfumature: Baumbach non lo riduce a simbolo umano esaustivo, ma nel contempo riesce, attraverso i suoi tic, a rappresentare, per suo tramite, una generazione e il suo sbandamento; di quest’ultima l’autore enfatizza le derive, senza, peraltro, rinunciare a ritrarle veristicamente: Greenberg è allora un egomaniaco, concentrato infantilmente su se stesso, che non vuole diventare adulto; a differenza del suo amico Ivan o della sua ex Beth, che sono riusciti ad adattarsi e a galleggiare nei tempi attuali, quelli in cui hanno compiuto i fatidici quaranta, Roger invece ancora vi annaspa, rischiando di affogare (la scena della piscina), non accettando il tempo che passa (i compleanni sono complicati); Roger, come tutti gli ansiosi e i depressi, tende a trasmettere i suoi malesseri agli altri, perché solo questa uniformazione lo rassicura sulla bontà della propria condizione esistenziale: per questo vuole che la storia di Ivan con la consorte finisca; per lo stesso motivo non vuole conoscere il figlio dell’amico (Ivan – Sarebbe stato carino se avessi fatto un minimo sforzo per conoscere Vic. Roger – Chi è Vic?). Greenberg è in definitiva un disadattato che rifiuta il suo presente e che annulla aprioristicamente qualsiasi possibilità di un piano o di un intendimento futuro (ha fatto deliberatamente colare a picco la sua promettente rockband, autoconvincendosi che fosse destinata al fallimento); da abile manipolatore della realtà, si rifugia in un passato mitizzato (gli anni Ottanta), dunque mai realmente vissuto, collocandosi fuori da ogni tempo, in una non-dimensione in cui può permettersi di congelare la sua esistenza e di non vivere. In questi termini si spiega la distanza incommensurabile che lo separa dalle nuove generazioni, che da un lato inconsciamente invidia (Ivan cita George Bernard Shaw: la giovinezza è sprecata per i giovani e Greenberg fuga ogni sospetto di frustrazione pietosa con un’apocalittica e geniale estensione: la vita è sprecata per la gente), e dall’altro si affanna a disprezzare, pretendendo narcisticamente che conoscano ed apprezzino la sua datata mitologia personale.

Non è un caso che la differenza di età sia il pretesto ufficiale che Roger utilizza per tener lontano da sé Florence: ella rappresenta non solo lo sguardo doloroso sul suo passato di venticinquenne al confronto con la dolenza dei suoi quarant’anni, ma anche una nuova prospettiva di realtà, di tempo attuale da vivere che l’uomo, di conseguenza, s’impegna a respingere prima e a demolire poi.
Florence sembra (sembra…) lontana dal protagonista: è una creatura più semplice e immediata, meno tortuosa. Greenberg ne è attratto, ma nello stesso tempo vuole che la loro storia venga stroncata sul nascere: senza porre alcun filtro cortese tra sé e la ragazza, decritta ed esterna brutalmente il disagio provocatogli dal racconto innocente di una bravata di Flo e (morettianamente, e non lo scrivo a caso ché Bianca fa capolino) la pianta in asso. Dalle parole della ragazza emerge un rapporto problematico col padre? Ed ecco che Greenberg lo legge immediatamente come complesso e possibilmente violento. Il protagonista sovrainterpreta, getta ombre su tutto, mette in discussione ogni tono che Florence usa e così facendo erige la sua barriera, tiene a distanza una donna che indiscutibilmente apprezza e forse ama, riconoscendo in essa i medesimi segni che sono impressi sulla sua pelle interiore: Roger e Florence rappresentano due marginalità molto prossime, due esclusioni dal mondo altrettanto radicali, due disadattamenti vissuti in modi e tempi differenti, ma egualmente devastanti: c’è possibile intesa, c’è possibile idillio, quindi la cosa deve finire (di lì l’approccio alla sua ex Beth, tentativo che già reca scritto nel suo Dna l’integrale, rassicurante insuccesso che garantisce il mantenimento dello status quo).

Spostando lo sguardo dalla famiglia all’individuo (non mi sembra un caso che all’inizio la famiglia del fratello parta, sgombrando letteralmente la scena, e lasciando campo libero a Roger, la cui condizione di ospite, che durerà per tutto il film, non fa che sottolineare la transitorietà del periodo esistenziale che sta attraversando, dopo il ricovero per un esaurimento nervoso), Baumbach lo estende poi a tutto un ambiente: Greenberg non dimentica mai il suo contesto, il milieu losangelino, le distanze chilometriche da coprire, gli agglomerati familiari come penisole abbarbicate a una piscina, i party noiosi; la città, deprivata di qualsiasi smalto e facile attrattiva, non costituisce solo uno sfondo, è il significativo elemento in cui conflitti e sentimenti vengono intercettati e drammatizzati.
Baumbach guarda ancora all’Europa (le indecisioni e i dubbi del protagonista, il modo in cui si intersecano alle istanze caratteriali dei personaggi circostanti, attraverso la parola intellettualizzata, sono davvero rohmeriani) ma nello stesso tempo rimane saldamente ancorato alla sua marca stilistica che fa procedere il film orizzontalmente, senza grandi svolte drammatiche, fondandosi essenzialmente sui personaggi, muovendosi liberamente, senza schematismi, sull’onda dei loro stati d’animo; e questi personaggi sono impastati di realtà (il regista cita Carver come uno dei suoi ispiratori), non sono né buoni né cattivi, quanto imperfettamente umani, calati in una medio borghesia colta (c’è tanto Woody Allen dentro, uno degli autori statunitensi più vicini alla sensibilità europea, non a caso) in cui emergono nel loro temperamento in modo graduale e mai interamente, trasparendo sempre l’ambiguità propria della prospettiva, dell’angolazione parziale: quello dell’autore non è mai un occhio onnisciente, ma uno strumento primitivo che scruta e vuole apprendere.

E anche questa volta la musica non è un semplice commento alle immagini (uno dei tanti elementi in comune col cinema del sodale Wes Anderson, di cui l’opera di Baumbach rappresenta il naturalistic side, per così dire), ma, come nel precedente e ne Il calamaro e la balena, un elemento decisivo nel tratteggio dei personaggi e delle situazioni, lo stesso Roger, del resto, è un musicista ed è ancorato ai suoi miti musicali, quasi tutti risalenti agli anni Ottanta, che è, come si scriveva, l’epoca-epica, quella della sua gioventù e del suo rimpianto (la t-shirt con la copertina di A conversation with Steve Winwood, i Duran). Il film stesso comincia con una autoradio accesa e Florence che canta un pezzo della Steve Miller Band (ne canterà uno nel locale, poi Uncle Albert/Admiral Halsey di McCartney a casa) a segnalare da subito, su un piano implicito, le affinità con Roger.
Baumbach, del resto, procede d'abitudine per lievi assonanze [1] di cui punteggia una scrittura molto densa, ma sempre finissima, molto attenta nel rendere, in questo caso, un’apocalisse generazionale e la spirale di sofferenza che si innesca tra i personaggi (hurt people hurt people), un dolore sordo che ha del fatale e dell’inevitabile (è Greenberg solo una rotella di un meccanismo tormentato manovrato dal destino?), che rimane costantemente sottopelle, non emerge mai secondo un dettato tragico o facilmente retorico, ma mediante accenni, simboli minimi, dettagli fulminanti: un cane malato, un aborto, un misterioso animale morto in piscina, un legame d’amicizia che forse si spezza, un pupazzo di gomma che è tenuto in piedi solo dal vento, situazioni che sopraffanno e non si dominano.

Gli attori sono straordinari: Stiller sfodera un temperamento da grande interprete alle prese con il ruolo più difficile e scomodo della sua carriera, Greta Gerwig è una rivelazione, ma non minori lodi vanno al sempre splendido Rhys Ifans e a Jennifer Jason-Leigh, consorte del regista e co-soggettista del film. Se la scrittura e le interpretazioni sono da sempre il centro nevralgico del cinema di Baumbach, non meno rilevante, per aderenza ed equilibrio, il registro visivo prescelto, realistico in apparenza, ma con una pittoricità deviante che alterna toni caldi a toni freddi, qui esaltata dalla fotografia tersa e mobile di Harris Savides.
Un film che conferma la capacità dell'autore di osservare la vita e gli stati d'animo e un'abilità nel rappresentare, con una sottigliezza che sfiora il virtuosismo, le tortuose strategie dei sentimenti, velate dietro la patina di una piana quotidianità.

[1] Beth - Una volta ho avuto uno strizzacervelli che mi ha detto: “Tu vali”. E’ stupido, ma lo ricordo sempre.
Più avanti:
Roger – Tu vali.
Florence – Lo so. Non c’è bisogno di dirlo.
Ecco come si mostra la distanza tra le due generazioni: quello che conta per Beth non conta affatto per Florence; valga come esempio della superba scrittura per assonanze di Baumbach.

Luca Pacilio
Voto: 8.5
  
(10/04/2011)




BarattiBellucciBilliCompianiDi NicolaFavaraLazzarinPacilio
8.5 8 8 7 7.5 7.5 7 8.5
Rangoni MachiavelliSangiorgioSasoStefanoniTallarita
7.5 8 7.5 7 8.5

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