BILL CUNNINGHAM NEW YORK

(Bill Cunningham New York )

di Richard Press
TRAMA

Documentario sul misterioso Bill Cunningham, fotografo newyorkese, termometro delle tendenze.


RECENSIONI

Bill Cunningham è un fotografo che da più di mezzo secolo individua le nuove tendenze della moda non osservando solo le passerelle, ma risalendo al cuore pulsante dell’industria: ogni giorno infatti Bill si reca all’angolo fra la cinquantanovesima strada e la quinta Avenue sulla sua bicicletta, e furtivamente scatta decine di rullini ai passanti. Il risultato delle sue avventure quotidiane viene pubblicato regolarmente sul New York Times, nel quale ha una famosa rubrica intitolata “On The Street.” Da qualche tempo Bill produce anche un segmento audiovisivo per la versione online del giornale, in cui commenta una selezione delle fotografie, evidenziandone i collegamenti e le relazioni da lui individuate.
L’anziano fotografo è una figura che ha attraversato le numerose fasi di espansione e contrazione del mercato, le altalenanti vicende di maison grandi e piccole, le vertiginose ascese di nuovi stilisti e il viale del tramonto dei vecchi leoni. Ma l’unicità di questo personaggio risiede non solo nella sua longevità, ma nel garbo e nella gentilezza con la quale sopravvive in un mondo che è predicato sull’arrivismo e l’ambizione estrema, sull’apparenza, la vanità e la cupidigia. Bill Cunningham è un uomo mite e onesto, quasi un asceta della macchina fotografica, che vive (o per lo meno viveva fino a poco tempo fa) in un microscopico studiolo a Carnegie Hall, circondato da asettici mobili da ufficio che contengono un archivio che appare sterminato. Bagno in corridoio, niente cucina, niente televisore. Come vicino di casa, la famosa fotografa delle star Editta Sherman, icona della New York bohémienne che fece parte del circolo di Andy Warhol e gli sopravvisse. Due persone molto diverse nello stile di vita, ma unite dalla dedizione alla macchina fotografica e ai loro soggetti.
Il bellissimo documentario diretto dall’esordiente Richard Press celebra la figura di Bill e la sua suprema grazia di uomo parco e moderato, raffinatissimo nella sua semplicità, ineguagliabile nella sua abilità a percepire stili e direzioni nella moda. Dietro alla sua giacca da lavoro blu si cela uno storico del costume istintivo e perspicace, incorruttibile e rigoroso nella sua analisi, mai malizioso e mai volgare. Ma anche un uomo imperscrutabile, un uomo per cui la modestia è un credo celebrato quotidianamente. La singolarità di questo menestrello della moda sta proprio nella sua assenza di vita privata, o meglio nella assenza di una demarcazione netta fra il suo lavoro e la sua privacy; questo perché la vita di Bill è il suo lavoro, le sue fotografie, le sue osservazioni. Gli abiti prima di tutto. Prima anche di sé stesso.

INTERVISTA AL MONTATORE, RYAN DENMARK

Grazie alle incredibili coincidenze e confluenze che si verificano in una grande/piccola città come New York, ho potuto intervistare il bravo montatore del documentario, Ryan Denmark, che ha risposto con grande generosità alla mia valanga di domande.

Ryan, puoi dirmi quando e in che modo ti sei avvicinato al progetto?

Il montatore principale di Spike Lee, Barry Alexander Brown, è il mio mentore da quando ci siamo incontrati nel 2003. Ho lavorato a diversi progetti di Spike come montatore associato. Barry è un documentarista d’eccezione. È stato nominato per l’Oscar con il suo film The War at Home, ha montato Truth or Dare di Madonna ed è ricercatissimo. Ed infatti lo era anche per Bill Cunningham New York. Richard Press (il regista) e Philip Gefter (il produttore) gli hanno chiesto di montare il film, ma i suoi impegni non gliel’hanno permesso. Quindi, ci ha presentati, ed è stato un buon incontro. Questo è successo a marzo del 2009. Ho lavorato sul film per un anno, e Barry veniva a darci un’occhiata di tanto in tanto.

Conoscevi Bill e il suo lavoro prima di iniziare a lavorare al film?

No, non lo conoscevo. Barry mi disse il suo nome prima del mio primo colloquio, e dovetti ricorrere a Google. Il primo nome che ne uscì fu il commentatore radiofonico conservatore. Se l’unico risultato è stato quello di fare alzare la priorità di Bill su Google, ho speso bene il mio anno su questa terra. La mia ignoranza, in realtà, è stata un vantaggio. Richard e Philip conoscevano Bill molto bene, avendo entrambi lavorato al Times. Erano otto anni che tormentavano BIll con l’idea di fare il film. Walter Murch, il grande montatore, sostiene nel suo libro The Blink on an Eye che un montatore deve mantenere una sorta di verginità nei confronti del materiale. Sosteneva che non si deve essere presenti sul set, in modo da vedere ciò che è stato immortalato su film senza che il ricordo di spazi fisici e scene inquini il montaggio. Non si deve avere nozioni che non siano a disposizione del pubblico. In modo molto simile, credo di non aver apportato nessun preconcetto sul mondo della moda in questo film. Se io non ero cosciente di ciò che avevo davanti, allo stesso modo non ne era cosciente il pubblico che assisteva al film dotato dei miei stessi strumenti. Dopotutto, il nostro obbiettivo era quello di presentare Bill a un nuovo pubblico, ma anche soddisfare le necessità dei suoi fan. Certo, come in un film narrativo, questa innocenza è lentamente perduta nel corso dei mesi di immersione e ripetizione. L’aspetto più difficile del montaggio è di gran lunga il mantenere la prospettiva del pubblico che vede il materiale per la prima volta.

C’è del materiale che avresti voluto includere nella versione definitiva? O viceversa, del materiale che avresti preferito non avere montato?

 Non c’è niente che non abbia voluto includere. Sicuramente ci sono dei tagli che vorrei poter tornare indietro e raffinare – ma anche se si lavora a un film per un decennio, immagino che ci siano dei tagli che si vorrebbe raffinare. Quando non si vede il film per un lungo periodo, è più facile tornarci sopra con gli occhi disincantati del pubblico e vederci possibilità di miglioramento. Se potessi integrare altro materiale nel film, a questo punto, sarebbe più fotografie o fotografie diverse. L’archivio di Bill, come si vede dai suoi mobili da ufficio, è enorme. Non avevamo accesso illimitato all’archivio, quindi chissà che tesori vi si nascondono. Se Bill ci avesse garantito l’accesso e noi avessimo avuto risorse illimitate, mi sarebbe piaciuto formare una squadra di ricercatori per catalogare e fare scansioni di ogni negativo. È come se l’anima di New York avesse tenuto un diario di moda.

Il film tratta le fotografie in modo unico. Sembrano essere montate secondo il ritmo della voce fuori campo, e l’occhio può vederle solo molto rapidamente. Mi ha dato l’impressione che questa presentazione voglia replicare il formato della rubrica di Bill sul Times, in cui ciò che lui scorge “On The Street” è spiegato attraverso la giustapposizione di una varietà di immagini di formato differente. È stata una scelta architettata? Hai provato tecniche differenti prima di approdare a questa?

Esattamente. Abbiamo sviluppato questa tecnica di esposizione delle foto insieme a Keira Alexandra, e poi abbiamo lavorato con vari animatori, fra cui David Valdez, per implementarla. Come hai detto tu, questi montaggi cercano di evocare i collage di Bill e l’estetica di come scruta i suoi negativi attraverso un ingranditore. Sono simili a provini a contatto. Tagliarle insieme alla voce è stata una decisione ritmica.

Nel film c’è del materiale di repertorio che risale agli anni ottanta. Dove l’hai trovato? Puoi spiegarmi come hai scelto le clip che hai inserito nel film?

Il materiale è di Susan Dryfoos, che è un membro della famiglia Sulzberger, che controlla il Times. Ha diretto un film interno che parla dei contribuenti alla sezione moda che lavoravano al Times nel 1989. Era intitolato “The Taste Makers.” Allora BIll accettò di farsi intervistare perché il film parlava di gente che ammirava, non era diretto a lui. Bill fu incredibilmente eloquente in quella occasione, e noi abbiamo cercato di selezionare i momenti che rappresentassero meglio l’intersezione fra moda e la sua filosofia di vita. Abbiamo dovuto scegliere con molta cautela. Il materiale è molto differente dal nostro in quanto è tecnicamente diverso (l’intervista è a porte chiuse, girata su 16 millimetri, molto diversa dalla crudezza del nostro video), e questo aggiunge spessore ed enfasi ogni volta che appare sullo schermo.

Il film celebra la vita ed il lavoro di Bill, ma è anche un ritratto crepuscolare di una certa New York, di cui Brooke Astor e Editta Sherman, fra gli altri, sono state delle figure chiave. Bill sembra far parte di quel mondo, eppure lo vediamo adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e produrre un segmento per l’edizione online del Times. Come ti sei destreggiato con un soggetto così complesso e versatile?

Bill è ed è sempre stato un precursore. La gente si sbaglia quando pensa che la sua preferenza per la pellicola, piuttosto che per le SLR digitali, sia una resistenza alla tecnologia. Si tratta di abitudine e comodità. Ha provato numerose macchine fotografiche moderne, ma credo che le trovi troppo complicate – non che non sia in grado di imparare ad usarle, ma non ne vede il vantaggio. È a suo agio con quello che conosce e non cerca di fare pronunciamenti estetici. È un reporter, la cui macchina fotografica è il taccuino. Non gli sembra che ci siano vantaggi nel sostituire carta e penna con un iPad. Gli piace fare le sue presentazioni su internet perché capisce che il Times deve evolversi per stare al passo coi tempi e continuare ad essere rilevante. Bill parla sempre dei “lettori” e delle loro necessità. Per lui si tratta di comunicare le notizie. Non importa come. Se c’è un ideale in declino che Bill rappresenta, è l’integrità del giornalismo. Sia nel giornalismo professionista che in quello amatoriale, vediamo che i reporter hanno sempre un fine in mente. La politica e le notizie sono quasi impossibili da separare. Bill non soffre di questa malattia. Nel film lo si vede chiacchierare senza sforzi con drag queen piuttosto che con David Koch – sfortunatamente non allo stesso tempo.

Ci sono dei momenti molto intimi e delicati nel film, in cui il pubblico viene a conoscenza dell’infanzia di Bill e della sua vita personale. A mio parere le domande difficili sono state gestite con molto tatto, il che dimostra il rispetto che avete avuto per il vostro soggetto. Quando devi montare scene come queste, come ti assicuri di restare obiettivo ma rispettoso? O meglio, quale è la tua strategia?

Abbiamo lasciato che Bill ci guidasse. Il film non vuole essere una investigazione della sua vita personale, ma allo stesso tempo non volevamo che ne uscisse come una caricatura senza pensieri e ignorare la sua umanità. Abbiamo usato il materiale che Bill ha voluto che usassimo. È un artista, e in quanto tale ha rispettato l’artista che è in Richard. È una questione di fiducia da entrambe le parti. Come montatore, in quei momenti, faccio del mio meglio per evitare ogni intervento e minimizzare ogni manipolazione. A volte il significato delle cose si svela attraverso il montaggio, altre volte il montaggio può ucciderlo.

Il film ha travolto New York. Quasi ogni proiezione registra il tutto esaurito. Vi aspettavate che fosse un successo di queste proporzioni? E infine, hai qualche progetto futuro?

Io non me lo aspettavo. E credo che Richard se lo aspettasse meno di me. Philip invece ci ha sempre creduto. Sapevo che i lettori devoti di Bill lo avrebbero apprezzato, ma non avevo calcolato il potenziale di conquistare altri spettatori. C’è qualcosa di universale in Bill. “He who seeks beauty shall find it” (“Colui che cerca la bellezza la troverà). Ho appena diretto un film intitolato Plush: A Most Gruesome Tale of Cuddly Horror che dovrebbe fare il giro dei festival quest’anno. Come montatore, sto valutando vari progetti. Niente da riportare, per ora.

Alberto Zambenedetti
Voto: 8
  
(07/04/2011)




Zambenedetti
8

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