SEX AND THE CITY

(Sex and the City: the Movie )

di Michael Patrick King
TRAMA

Sono tornate: Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte sono di nuovo alle prese con sesso (meno del solito), amori, matrimoni, amicizia, uomini e Manhattan.


RECENSIONI

Piaccia o meno, la serie della HBO Sex and the City si è imposta negli anni come paradigma imprescindibile, nell’immaginario contemporaneo, della donna single, economicamente indipendente, romantica ma disinibita. Esplosa a cavallo tra i due secoli come uno dei più grandi successi della storia televisiva, la serie s’incunea nelle maglie di temi e stereotipi perpetuati da una sempre più feconda produzione chick flick (e dei suoi equivalenti letterari e televisivi), problematizzando però con intelligenza, freschezza, studiata sfrontatezza e furbizia una quantità di luoghi minacciosi del postfemminismo di fine millennio. Il successo è enorme: sei stagioni (dal 1998 al 2004 - in Italia trasmesse da La7 dal 2000 al 2004 e poi replicate numerose volte), sei Emmy, otto Golden Globe, svariati altri premi, fandom radicale, mitologie e geografie costruite intorno ai personaggi (i luoghi newyorkesi frequentati dalle quattro amiche sono divenuti tappe essenziali di innumerevoli pellegrinaggi turistici e tour organizzati). Quattro amiche sopra i trenta, single, sessualmente (molto) attive, parlano di (e praticano il) sesso senza censure, s’interrogano sui luoghi comuni della femminilità, dell’amore, delle relazioni sentimentali, rimescolano ambiguamente rivendicazioni femministe (asciugate di ogni valenza politica) e retrocessioni conservatrici, approcciano i miti dell’esperienza femminile e si confrontano apertamente con un mood culturale che ha in Insonnia d’amore (1993), Il matrimonio del mio migliore amico (1997) e Bridget Jones (2001 e 2004) i suoi prodotti di punta. Più audace e trasgressivo del suddetto, fertile, filone neoromantico, Sex and the City prova anche a scuotere certi miti restaurati della femminilità (principi azzurri, matrimonio, romance, sessualità, maternità, effetti negativi della carriera) e a riattivare certi momenti critici di un generico femminismo che, all’alba del nuovo millennio, puzza di vecchio, di superato, di anti-sexy (indipendenza economica, rivendicazione della singletude, amicizia femminile, vivacità sessuale, curiosità omosessuale, rapporto complesso con la maternità). Come ogni vincente prodotto popular, la serie creata da Darren Star mostra profluvi di ambivalenze: la portentosa mitologia nuziale a stelle e strisce non ne esce smantellata, ma approcci e processi decisionali intorno ai modelli tradizionali sono arricchiti, rinfrescati e problematizzati rispetto alle asfittiche rom coms rosa pastello. Il dato di fondo è quello di una essenziale mitezza ideologica resa cool da una scrittura vivace, da personaggi ben giustapposti, da interpretazioni riuscite ma soprattutto dalla spumeggiante dialettica intorno a cui (più ancora che intorno agli uomini e al sesso) si svolge la vita di Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda: Manhattan e l’enorme consumer power dispiegato dalle quattro. Scarpe (sopratutto le celebri Manolo Blahnik adorate dalla protagonista e voce narrante Carrie Bradshaw/Sarah Jessica Parker), borse, abiti griffati, ristoranti alla moda, feste del bel mondo newyorkese, quartieri costosi, limousine, riviste patinate e molto altro. Il dominio della donna bianca, anglosassone, protestante, eterosessuale e ricca sulla Città è, senza dubbio alcuno, lo shopping. Il libero e sfacciato fluttuare del desiderio femminile si concreta, in Sex and the City, nel sesso ma, soprattutto, nel consumo di lusso. In breve tempo, Sex and the City assume fattezze e funzioni di una fiaba per adulti, iscritta nella cornice luccicosa di una Manhattan esclusiva e costosissima, vera e propria Città Ideale col privilegio della sua reale esistenza (quantomeno sulla cartina geografica). Il paradosso sublime che consacra il successo della serie è che il famigerato realismo (“finalmente le donne parlano di sesso liberamente e senza ipocrisie”) è in verità proiezione onirica potente, reificata intorno a luoghi (la Manhattan ultracool dei quartieri più esclusivi: Upper East Side, Park Avenue, Meatpacking District, West Village, SoHo), marchi, pratiche metropolitane autocoscienti. La serie, da questo punto di vista, invecchia maluccio. Da un lato (per la gioia, lieve, dei critici “da sinistra” - sempre che la cosa abbia un qualche senso), la Realtà sembra irrompere nel mondo fatato delle Nostre eroine: Samantha ha un cancro al seno, Charlotte ha problemi di fertilità, Miranda ha una suocera a cui badare e deve lasciare l’Upper West Side per Brooklyn, l’età delle “ragazze” avanza. Dall’altro lato (per la gioia, lieve anch’essa, dei critici “conservatori”), la carica critica nei confronti di certi topoi della femminilità da rom com si va attenuando: matrimoni da sogno, voglia di maternità, masochistica sottomissione a principi azzurri inaffidabili e impenitenti (su tutti, il sempre più bolso Mr. Big interpretato da Noth). L’ultima (doppia) puntata della serie è giusta sintesi del nuovo corso: ambientata per lo più a Parigi (non più la City, dunque, ma la città simbolo di un malinteso amore romantico), snocciola tutti i suddetti nuovi temi e seppellisce gli eccessi glam della serie (la chemio di Samantha, le difficoltà di Charlotte nel tentativo di adottare un bambino, la voglia di Carrie di diventare madre, il ritorno epico di Mr. Big). La transizione al grande schermo, atto praticamente dovuto, è la mera certificazione dell’Evento Pop. In accordo con lo spirito dei tempi e con la diversa economia identificatoria del lungometraggio, Sex and the City - The Movie predilige i toni rosa, il romanticume, la mastodontica e implacabile mitologia matrimoniale americana. A difendere l’indipendenza graffiante e individualista della single, rimane soltanto la neocinquantenne Samantha: il Sesso scarseggia, la Città pure (parte del film è ambientata a Los Angeles, parte in Messico); dominano gli abiti da sposa, i figlioletti, i fidanzamenti e le proposte di matrimonio. Tuttavia, se questo è già abbastanza per infastidire i fan più legati (come chi scrive) al lato dissacrante e fumettisticamente sovversivo della serie (coi limiti, beninteso, di un ristrettissimo focus etnico e di classe), il dato più desolante è puramente cinematografico. Sex and the City vorrebbe essere una puntata abnorme (quasi due ore e mezza rispetto ai trenta minuti di un episodio della serie tv), perfettamente conscia di questo suo intento (il prologo riassume stringatamente carattere e avventure principali delle protagoniste), ma ha invece forma e sostanza di un gadget di lusso. Il prodotto di King è non-cinema che rimane invischiato nel contesto che lo assedia (merchandising, eventi correlati, innumerevoli product placements, echi mediatici debordanti) e finisce per risolversi anesteticamente in esso. Quello che rimane è per buona parte pornografia della visione: la Parker fa Carrie Bradshaw; la Cattrall (salvo qualche momento ispirato) fa Samantha, la serie fa se stessa. Le griffe sono impilate diligentemente come in un palinsesto patinato, i confini tra realtà filmica ed evento pop sono annullati (un esempio su tutti: il servizio fotografico di Vogue in cui Carrie indossa decine di abiti da sposa firmati da stilisti famosi è effettivamente apparso su Vogue). Un vero e proprio snuff movie su un’idea ormai sbiadita. 

P.S. Poco utile soffermarsi sul nuovo personaggio secondario (interpretato da Jennifer Hudson): infilato a forza per rimediare alla totale (e demograficamente imbarazzante) assenza di personaggi di colore nel plot della serie, la brava Louise si dimostra gentile e assennata sottoposta di Carrie, cresciuta con valori solidi e incorruttibili quali la ricerca dell'amore, l'ortodossia matrimoniale, la servizievolezza afroamericana, la passione per le scarpe e per le borse di Louis Vuitton.

P.P.S. Per i seguaci della serie non mancheranno alcuni momenti divertenti, l’incontro con personaggi familiari e alcune battute efficaci. La migliore, però, è messa in bocca a Candice Bergen: dopo aver proposto a Carrie di posare in abito nuziale per il numero speciale di Vogue, sentenzia, con la ferocia degna del miglior Sex and the City, che “quarant’anni sono il limite d’età per fotografare una donna in abito da sposa senza l’involontario sottotesto à la Diane Arbus”.

Roberto Tallarita
Voto: 4




Tallarita
4

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