AMORE & ALTRI RIMEDI

(Love and other drugs )

di Edward Zwick
TRAMA

Jamie, affascinante donnaiolo, incontra Maggie, una giovane affetta dal morbo di Parkinson. L’amore ai tempi del viagra.


RECENSIONI
Tremori

Edward Zwick esplora la commedia drammatica. Il regista americano, che nell’ultimo decennio ha frequentato l’industria hollywoodiana, adatta il romanzo autobiografico Hard Sell: The Evolution of a Viagra Salesman di Jamie Reidy. Dopo l’esperienza storica (Defiance) e para-storica (L’ultimo samurai) torna dunque in territorio della pura fiction, anche se con un aggancio importante alla fine dello scorso millennio: l’invenzione del viagra, immesso per la prima volta sul mercato americano nel 1998, segna fortemente il contesto degli eventi. Il viagra è come una droga, sostituzione sintetica dell’amore (sentimento contro erezione) [1], e diventa acuta metafora dell’uomo al giro di secolo: incapace di amare, questo assume sostanze chimiche, colleziona donne con vocazione auto-assolutoria, preferisce sempre l’ammicco alla relazione profonda. Sceneggiato da Zwick con due esperti di Hollywood, Marshall Herskovitz e Charles Randolph, Amore & altri rimedi vanta chiari riferimenti negli ultimi anni [2] e si declina attraverso il seguente movimento narrativo: incontro tra sconosciuti - relazione informale - avvicinamento e innamoramento - rottura - riavvicinamento - realizzazione e contrasto della malattia - allontanamento - riavvicinamento finale. Uno zapping emotivo che, a ben guardare, è più lineare di quanto sembra.

Jamie (Jake Gyllenhaal), spregiudicato rappresentante dell’industria farmaceutica, è un conquistatore misogino senza dubbi morali (“Tu odi le donne”, annuncia il fratello); Maggie (Anne Hathaway) è una ragazza colpita da Parkinson precoce, ancora in fase iniziale, che non teme di esplicitare le proprie preferenze: “Mi piace il sesso”, dice apertamente. Quello che si configura come rapporto a tempo determinato (sia per il disimpegno sentimentale dei protagonisti che per l’attesa degenerazione della malattia di lei), ovviamente, assume contorni più complessi: tra gli squali dei farmaci, nelle spire di un business spietato, c’è spazio per il progressivo sbocciare di una relazione. Da questa premessa la pellicola parte come commedia indiavolata, dai tempi estremamente veloci, che si mantiene tale per tutta la prima parte; poi, gradualmente, il regista inizia a tessere la tela della problematizzazione: bisogna affrontare rispettivamente i tumulti del cuore, la possibile cura alla malattia, la difficile ipotesi di stare insieme. In cabina Zwick riesce bene a porre l’accento sui nodi più stimolanti del pacchetto; l’amore è viagrato, come detto, ma quando arriva l’amore vero improvvisamente subentra l’incapacità di esprimerlo: nella sequenza migliore del film, Jamie pronuncia il fatidico I love you e viene colpito da una violenta reazione ansiogena, speculare al tremore patologico di Maggie. Il Parkinson dell’amore.

Nella seconda parte, Amore & altri rimedi denuncia un calo progressivo esattamente quando si avvicina al dramma. Il film, accogliendo l’influenza del genere di riferimento (la commedia Usa edificante), vuole suggerire una deviazione dall’ordine costituito e naturale: così una serie di figure secondarie, come il medico cinico che lascia la “missione” per seguire istinti carnali, o il fratello del protagonista che si lancia in una lunga filippica contro i rapporti occasionali. Fino a quel momento fine a sé stesso, preoccupato solo di costruire il discorso cinematografico, nello sviluppo il film si piega maggiormente al “significato”, implicitamente distingue giusto e sbagliato (amare incondizionatamente è giusto, cercare una cura impossibile è sbagliato), non allontanando neanche un vago sospetto moralista: la cattiveria trova appena una parentesi, l’incontro di Jamie con lo sconosciuto che spiega la terribile degenerazione della malattia (una voce dell’inconscio per il protagonista) ma a fine scena, non a caso, l’uomo si scusa.

Allo stesso modo, la pellicola stessa sembra “scusarsi” per i temi scabrosi sul piatto. Lo fa attraverso la garanzia di leggibilità narrativa, che passa per simboli palesi: come la vocazione artistica di Maggie la quale, colpita dalle frecce dell’amore, scatta fotografie vive e solari, per poi tornare alla rappresentazione della senilità dopo la rottura. E’ soprattutto la sceneggiatura che si arrende a moduli rappresentativi più evidenti: senza soffermarsi sui punti inverosimili (Jamie si informa online sul Parkinson molto dopo l’inizio della sua relazione), l’altalena emozionale Jamie /Maggie introduce a un finale ripetuto e prolisso, un fiume di parole, l’unica tranche che non sembra in alcun modo difendibile. In questo film peraltro Zwick conferma la sua vocazione all’Attore (c’è sempre un Attore nei film di Zwick, come sottolineavo a proposito di Defiance), anzi la raddoppia: se punta decisamente troppo sull’espressività museale di Gyllenhaal, dall’altra parte si affida giustamente alla prova di Anne Hathaway, dalla recitazione più modulata e compiuta. La chimica tra i due viene sintetizzata nell’ultimo piano sequenza, che risulta fisicamente impossibile: nella casa coniugale Jamie e Maggie ci vengono mostrati in diverse posizioni, senza stacchi di ripresa, la coppia si moltiplica nell’arco della stessa scena. Installazioni sentimentali americane.

[1] Jamie, quando si riscopre innamorato, non riesce a eccitarsi. La concezione che sottende il film è sintetizzata dal titolo originale: Love and other drugs, dove le droghe sono farmaci di varia risma (dal prozac al viagra, appunto), ma il titolo italiano compie la solita banalizzazione, depurando dall’effetto intossicante, dalla dipendenza di fine secolo che domina la pellicola.

[2] Soprattutto due: uno è il bellissimo Away from her di Sarah Polley. Amore & altri rimedi è il “ringiovanimento” del film della Polley: lì due coniugi anziani affrontano l’avanzare dell’Alzheimer, qui una giovane coppia riflette sulla degenerazione futura del Parkinson; in entrambi i casi, quindi, la chiave drammatica è la modalità di approccio verso la malattia. L’altro è Up in the air di Reitman: Ryan/Clooney come Jamie/Gyllenhaal, sull’assunto impenitente donnaiolo si innamora, ma ancora con una differenza di fondo: il film del 2009 vanta un colpo di coda “cattivo” che, con la rivelazione sul conto di Alex, riporta Clooney tra le nuvole. Il regista sceglie invece l’aspetto più conciliante della commedia americana classica, che garantisce riconciliazione finale. Volendo azzardare, Zwick nel dialogo finale cita Eternal sunshine of a spotless mind: come nel capolavoro gondryano, anche qui Jamie/Maggie decidono di stare insieme nonostante sappiano scientificamente la sofferenza che li aspetta in futuro.
A margine. Il riferimento interno alla filmografia del regista è certamente il primo titolo, A proposito della notte scorsa (1986): entrambi i film indagano il pianeta coppia e l’impresa dello stare insieme ma, a dire il vero, non mi soffermerei più di tanto. Zwick-Herskovitz-Randolph non sono Mamet, purtroppo.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5.5
  
(22/02/2011)




BellucciDi NicolaPacilioSaso
5.5 5.5 6 4.5

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