ACHTUNG! BANDITI!


di Carlo Lizzani
TRAMA

Un gruppo di partigiani deve raggiungere una “staffetta” per poi recuperare un carico d’armi in una fabbrica a Ponte Decimo, nell’entroterra genovese.


RECENSIONI

Per il suo primo lungometraggio di finzione Carlo Lizzani, già assistente alla regia di De Santis e Rossellini, si affida a una società cooperativa di produttori e spettatori (la CSPC, fondata ad hoc su suggerimento di Giorgio Agliani), operazione che ci informa sul pessimo stato di salute della situazione cinematografica in Italia nei primissimi anni ’50, prima della cosiddetta dissoluzione del corpo neorealista. Il ristagno produttivo è una delle risultanti della crisi d’idee che attraversa il cinema italiano di quegli anni, legato al cordone ombelicale di un neorealismo che ha già dato la massima espressione di sé, proponendosi e riproponendosi secondo medesimi codici, e irreggimentato sull’unico espediente atto a fronteggiare il monopolio del prodotto hollywoodiano ovvero il ripiego sui generi più popolari: il melodramma (Materazzo, Genina e per certi versi De Santis) e la commedia (Comencini, Monicelli, Risi etc.), che però avrà il merito di svecchiarsi e ridefinirsi descrivendo e irridendo vizi e virtù di una società in continuo mutamento in maniera notevolmente più spregiudicata, inaugurando la stagione della grande commedia all’italiana. Due considerazioni preliminari sul titolo. Anche se il valore semantico sarebbe stato enormemente più dirompente, non poté per ovvi motivi rimanere integralmente in tedesco. Il cartello che si vede nelle sequenze iniziali del film con l’iscrizione “Achtung! Banditen!” piazzato dalle armate teutoniche negli avamposti disseminati al di là della Linea Gotica, denota tutto il fiero disprezzo provato dai tedeschi nei confronti dei partigiani italiani, la resistenza para-militare è considerata alla stregua del banditismo. Il referente di Lizzani, a distanza di cinque anni, non può che essere il Paisà rosselliniano, anche nella sua felice struttura episodica, e soprattutto il suo momento meno straordinariamente retorico, il segmento del delta del Po nel quale Rossellini elegge il paesaggio veneto a protagonista assoluto del racconto, nella fotografia scurissima di Otello Martelli. Lizzani scompagina connotativamente la narrazione frazionandola in una serie di frammenti disuniti, l’idea è quella di rompere qualsiasi principio di unitarietà per raccontare la lacerazione del dolore e degli affanni nella lotta di resistenza, attento a dare sempre il giusto risalto al valore della pluralità in azioni e situazioni. Al di là dei revisionismi a venire, la rappresentazione di Lizzani è già scevra da ogni intento apologetico e sa mostrare, pur nel mettere in evidenza episodi estremamente significativi come l’unità del fronte di liberazione e della classe operia (elemento non sempre assunto in adeguata considerazione dal cinema del periodo) la cruda realtà dei fatti nella descrizione di momenti di terrifico smarrimento e assoluta disorganizzazione partigiana. Anche l’assunto antispettacolare, nonostante alcune riuscitissime scene di battaglia che tradiscano un ineccepibile talento visivo da parte del regista, che subordina le funzioni attoriali di nomi di spicco quali la Lollobrigida e Andrea Checchi, è da considerare componente rosselliniana di un’opera che intende andare senza paludamenti nella direzione dell’arido vero.

Mauro F. Giorgio
Voto: 6.5




Giorgio
6.5

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