THE COVE

(The Cove )

di Louie Psihoyos
TRAMA

Giappone. Ogni anno nella baia di Taiji si verifica una terribile strage di delfini.


RECENSIONI
Unless you stop it

The Cove è il risultato dell’incontro tra Louie Psihoyos e Ric O’Barry. Il primo, già fotografo del National Geographic, viene edotto dal secondo sulla “mattanza annuale” di delfini che si verifica a Taiji, presso la città di Osaka: la baia è il principale rifornimento dei 23.000 esemplari uccisi in Giappone ogni anno, con lo scopo di rifornire l’industria alimentare,  o catturati per il mercato della cattività (acquari, parchi acquatici e miliardari privati). O’Barry, ex addestratore di delfini che istruì addirittura Flipper per l’omonima serie degli anni Sessanta, oggi è convertito all’attivismo e alla disobbedienza verso l’autorità: “Per 10 anni ho alimentato la pratica della cattività, per 35 ho tentato di demolirla”.

Il viaggio dei due in Giappone, insieme alla loro troupe, si presenta come percorso di disvelamento: si parte infatti da una “doppia maschera”, i documentaristi americani camuffati da gente comune e il piccolo centro di Taiji che si finge rassicurante, con il marketing sull’icona del delfino e gli esemplari che sorridono dai manifesti. D’altronde O’Barry ha vissuto l’inganno sulla sua pelle: prima dalla parte dell’industria, per anni non ha saputo riconoscere la dissimulazione della violenza dietro il sorriso falso del delfino (“L’inganno più grande che esista in natura”). Se le prime immagini in bianco e nero introducono una stilizzazione della crudeltà, come a rendere universale la tragedia dei cetacei (del mondo animale rispetto all’uomo), entrati nel vivo i personaggi restano sul punto, nella baia incriminata, avviando una sorta di detection per arrivare alla verità ipotizzata. In quanto americani, legal aliens nello Stato nipponico, gli autori usano le armi del cinema per smascherare la realtà: a livello complessivo ma anche letterale, con l’elaborazione di trucchi ed effetti speciali per installare microcamere nascoste sul luogo della carneficina.

L’indagine è un bombardamento di note e informazioni in prima persona, che sposa rigorosamente una tesi contro l’ostacolo posto dell’autorità. Apertamente militante, certamente fazioso e “politico” (le sferzate all’immobilismo delle associazioni), Psihoyos espone il suo pensiero con chiarezza e non lascia nulla al sottinteso. Ovvero: vuoi fare un documentario d’assalto? Che sia dichiarato, coerente e cinematograficamente compiuto. Tre caratteristiche che appartengono a The Cove il quale, nell’unica concessione al facile moorismo, propone una serie di interviste “manipolabili” alla gente per strada. Per il resto tiene alta la soglia della riflessione, mantiene una propria personalità, non registra cadute di tono. E quando la tesi animalista può suonare ingombrante per la riuscita del film, questa perde il valore astratto e improvvisamente si concretizza in momenti dove – si perdoni la banalità – “la realtà supera la fantasia”, come la sequenza della morte del delfino.

Poi c’è il finale. La pellicola è segnata da una scansione narrativa dinamica, con un lavoro di squadra a tappe estremamente parlato e convulso, ma qui cala il silenzio. Finisce il dualismo vedere/non vedere sui “fatti” della baia, cade la suspense ottica che ha dominato la pellicola (i protagonisti hanno spiegato la strage nella sostanza, ma non si è ancora vista): in una manciata di minuti, etimologicamente insopportabili, si lascia spazio alla verità, la colonna sonora tace, non c’è possibile commento. La strage. A chiusura dell’inchiesta, inevitabile, suona amaramente ironico il sottofinale con pallone aerostatico, ancora raffigurante un delfino, impossibile da ricondurre al comodo immaginario perché ormai l’abbiamo visto con altri occhi.
Oscar 2010 come miglior documentario, la diffusione del film è stata vietata in Giappone.

Emanuele Di Nicola
Voto: 7
  
(16/02/2011)




Di Nicola
7

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