ANOTHER YEAR

(Another year )

di Mike Leigh
TRAMA

Primavera, estate, autunno e inverno. Il tempo scorre dolcemente per Tom e Gerri, coppia unita in un inossidabile e invidiabile matrimonio. Decisamente meno per gli amici spesso ospiti della loro bella casetta con giardino.


RECENSIONI
Hortus conclusus

No, modificando il titolo italiano del film precedente di Leigh, la felicità non porta fortuna. O quanto meno non sembra portarla la felicità altrui. Tom e Gerri, i due coniugi sessantenni dal nome buffo, affiatati e innamorati, esponenti di una middle class colta e liberal, al centro del microcosmo messo in scena dal regista inglese non sono Poppy, o forse ne sono la versione invecchiata che alla ricerca ottimista della felicità (anche degli altri) ha sostituito la cura e difesa della propria. Il vitalismo anarchico della gioventù condito dello spirito di Wight, sopravvissuto all’epoca thatcheriana, ha lasciato il posto alla quieta raccolta e al godimento dei frutti ottenuti: il piccolo orto appena fuori città che la coppia lavora con dedizione e in armonia coi cambiamenti climatici rende con semplicissima efficacia, senza scivolare mai nel simbolico, il senso del loro way of life. La serenità epicurea di Gerri e Tom, priva di segreti o bugie che possano macchiarla, è il risultato di scelte personali, di sforzi consapevolmente mirati a quest’obiettivo e di coincidenze fortunate. La vita è stata generosa con loro ma loro hanno anche presumibilmente lottato per ottenere questo appezzamento di felicità. Se lo meritano, se lo tengono stretto. Ed è probabilmente in questo “tenerselo stretto” che si gioca la sostanza più drammatica dell’ultimo lavoro di Mike Leigh.

Formidabile studio sulla (in)felicità e sull’ambivalenza della reazione ad essa, Another year è scandito in quattro weekend, uno per stagione. Un anno, un altro anno, un anno come tutti gli altri (ambivalente già il titolo: progresso/immutabilità). Gli eventi della vita (nascita, morte, incontri cruciali) sono tutti fuori campo, in campo c’è ciò che di questi eventi si sedimenta tra le rughe dei volti e le incertezze rivelatrici dei gesti, ciò che la banale e conviviale quotidianità (barbecue, bevute al pub, pranzi, cene) lenisce o ulcera. Nonostante l’apparente bonarietà degli incontri, più che negli altri film di Leigh si avverte qui non solo la consapevolezza del tempo che scorre e fugge ma anche l’ombra della morte, la confortevole abitazione di Tom e Gerri prestandosi come un baluardo contro siffatte angosce. Mike Leigh lavora su e con questo materiale umano con la solita maestria, rifuggendo da un realismo piattamente fotografico così come dalla limitatezza dell’opera a tesi, rivelandone progressivamente la crudeltà sotterranea, mantenendo comunque uno sguardo instancabilmente umanista e mai giudicante. Another year col suo presunto ritmo pacioso e sorridente finisce così col mettere in crisi certezze e aspettative del pubblico (un campanello d’allarme dovrebbe già suonare nell’incipit col bellissimo cameo di Imelda Staunton), ricalibrando via via il rapporto tra e con i personaggi in scena e, in modo più sottile, sgretolando progressivamente l’idea di coralità per far emergere un penetrante ritratto di donna (la Mary impersonata da Leslie Manville, in una prova gigantesca in doloroso e urticante equilibrio tra macchietta e tragedia, apice di un cast al solito mirabile e mirabilmente preparatosi – il “preparatosi” è d’obbligo visto l’ormai collaudato metodo di lunghe prove che precede la stesura definitiva del copione – sotto l’occhio vigile e indagatore del regista).

Nella casa di Gerri e Tom trova accogliente riparo un piccolo gruppo di amici e parenti, che attorno al tavolo della cucina, in giardino, immersi nella chiacchiera amicale, cercano di riaversi dalle amarezze continue della loro esistenza, consolati dall’affetto degli ospiti e aiutandosi spesso con l’oblio dell’alcool (“less thinking, more drinking” si legge sulla maglietta di uno di loro). Uomini e donne feriti dalla vita e che non hanno forse avuto la stessa tenacia e la stessa fortuna dei padroni di casa: Mary, irrequieta collega di Gerri, bellezza sfiorita alla patetica ricerca di una freschezza perduta e disperatamente sola, Ken, amico di vecchia data sovrappeso e acciaccato e anch’esso oppresso dalla solitudine e dalla realtà della vecchiaia, il silenzioso Ronnie, fratello di Tom, impietrito dalla depressione e dalla recente vedovanza, in rotta con l’astioso figlio Carl (il figlio di Tom e Gerri invece, Joe, dopo una prima fase lievemente malinconica – tutti i suoi amici si sono sposati, lui ancora no – rientra presto nell’alveo della felicità/fortuna familiare trovando nell’allegra e un po’ sciapa Katie la sua dolce metà). Gerri e Tom, lei psicologa, lui ingegnere geologo, osservano queste persone con una tenerezza frenata dal distacco delle proprie inclinazioni professionali tendenti allo “scavo”, che sia la terra o la psiche umana. Negli sguardi che si scambiano complici durante gli sfoghi degli amici affiora un’ambiguità d’approccio in cui l’empatia sembra più di una volta scollinare nel paternalismo, l’amorevole comprensione lasciare il posto a un malcelato (e forse inconsapevole) senso di superiorità. S’insinua così nel disegno del rapporto tra loro e gli altri un dubbio destabilizzante: se la felicità di Gerri e Tom è misura dell’infelicità altrui, forse è vero anche il contrario, i due coniugi rafforzando la propria serenità e la solidità del loro piccolo mondo proprio dall’accostamento con le miserie altrui. Miseria che va però allontanata non appena rischia di costituire una minaccia per la tranquillità dell’orto familiare, come accade in uno dei momenti più duri (e illuminanti) del film (l’allontanamento di Mary in seguito al suo comportamento sgarbato nei confronti della fidanzata di Joe, sul quale la donna aveva stoltamente messo gli occhi fantasticando un improbabile e salvifico nuovo amore).

La messa in scena di Leigh rifiuta sì ogni partigianeria o griglia univoca di lettura ma la macchina da presa rivela chiaramente dove concentrare sguardo e attenzione, fin dal potente incipit abitato dal volto indurito di Janet, donna di mezz’età che risponde ai tentativi di indagine sul suo malessere con poche parole smozzicate, opponendo all’offerta di comprensione professionale un muro di dolorosa durezza, un accenno borbottato al desiderio di un’altra vita e la reiterata testarda richiesta di qualche rimedio per poter dormire, solo quello e nient'altro (della donna non sapremo più nulla). Nel primo incontro (il secondo sarà con Gerri), l’obiettivo dopo esser rimasto fisso sul volto della Staunton si sposta leggermente per lasciar intravedere il pancione del medico, foriero di una gioia imminente, di una vita ancora da delineare: un piccolo movimento che traccia una linea di demarcazione netta tra due dimensioni esistenziali opposte. Sulla dialettica tra primo piano e gusto del dettaglio Leigh impernierà la costruzione del suo racconto, soffermandosi in particolare sui volti dei suoi protagonisti più tormentati (e in primis su Mary), campi di battaglia devastati da emozioni contrastanti, dalla lotta impari tra barlumi di speranza e ondate di disperazione, e riassestando senso del narrato e possibilità interpretative per forza di particolari che siano piccole azioni, oggetti o le indicazioni offerte dall’accurata costruzione (e gestione) degli ambienti, come sempre nel cinema di Leigh (si veda ad esempio come le vistose differenze tra le abitazioni dei due fratelli Tom e Ronnie raccontino più del loro rapporto, fatto verosimilmente di allontanamenti e incomprensioni macerate nel tempo, di quanto facciano le poche parole scambiate).

L’abitazione di Tom e Gerri da nido in cui cercare e trovare conforto rivela dunque anche il suo aspetto di fortezza da cui sentirsi esclusi. Nella parte conclusiva dell’ultimo segmento narrativo, in assenza dei padroni di casa, una Mary afflitta e ormai disincantata si ritrova assieme a Ronnie e al loro comune sconforto in stanze d’improvviso gelide, il freddo grigio-azzurro dell’inverno esterno avendo invaso anche gli interni (sempre esatti i toni della fotografia del fidato collaboratore Dick Pope). Con il ritorno dei coniugi, torna anche l’illusione del calore/colore, sciolta in un misurato abbraccio riconciliatorio. Rimane però la sensazione amara di una mancata compenetrazione tra felicità e infelicità, di un fallito meccanismo di vasi comunicanti, di un riequilibrio rimandato a mai. A suggellarla è lo splendido (e devastante) carrello finale che attorno all’ennesima tavola apparecchiata, senza uno stacco di montaggio, separa due gruppi netti, i discorsi gioiosi (e vagamente irritanti a fronte del dolore attiguo) su viaggi già fatti o ancora da fare degli uni e il mutismo sofferente degli altri. High hopes, bleak moments, nulla in mezzo, neanche la solidarietà tra gli umiliati. Mal comune non è mezzo gaudio; quando si è infelici si è irrimediabilmente soli. L’ultima inquadratura è per Mary, ripiegata nel suo isolamento, ormai sorda a tutto ciò che la circonda. Ma noi, e Mike Leigh, siamo con lei.

Michele Favara
Voto: 8
  
(09/02/2011)




BaronciniBellucciBilliDi NicolaFavaraPacilioRangoni MachiavelliSangiorgio
7 8 8.5 8 8 8.5 7 8.5
SasoStefanoniTallarita
7 7 7

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