CHE BELLA GIORNATA


di Gennaro Nunziante
TRAMA

Checco, scalcinato, raccomandato addetto alla sicurezza del duomo di Milano, incontra la bella Farah, sedicente studentessa di architettura, e se ne innamora...


RECENSIONI

La maggior forza di Zalone, spendibile (e ben spesa) anche commercialmente, ci sembra la sua trasversalità. Una trasversalità complessa, che spesso si avvita su se stessa e si stratifica in abisso, ingarbugliando le possibili chiavi di lettura. Dal cortocircuito inter-mediatico televisione-cinema emerge un personaggio [volutamente (con)fuso con la persona] nazionalpopolare e/ma irriverente, apparentemente innocuo ma presto allo slancio politicamente scorretto, protagonista di una comicità multiforme potenzialmente appetibile per molti palati. Il tutto presentato con apparente nonchalance, come se non fosse frutto di una “strategia” – vagamente – situazionista ma parto naturale di una personalità genuinamente eccentrica.

C’è una sequenza, in Cado dalle nubi, che cristallizza efficacemente la situazione: Checco si esibisce nel locale gay del cugino e pensa bene di cantare una canzone pro-omosessualità. Il pezzo, in sé, non si discosta molto da una versione più sanguigna e meno concettuale di Elio E Le Storie Tese, in cui l’effetto comico nasce ovviamente dal rovesciamento ironico delle buone intenzioni che si trasformano in invettiva: “gli uomini sessuali sono gente tali e quali come noi – noi normali” e via così. Ed è anche divertente, specie se si pensa all’obliquo realismo dell’esibizione che ha avuto illustri, terrificanti precedenti “reali”; è ormai scolpita nella Storia la performance della Tatangelo a Sanremo, con la canzone impegnata scritta dal compagno/nonno Gigi D’Alessio, il cui testo – appunto – progay, annichiliva sul nascere qualunque tentativo di parodia, sconfinando nell’omofobico più becero, primordiale e sgrammaticato (“a chi ti dice che non sei normale, tu non piangere per quello che non sei”). Performance chiusa dalla bella Anna che, dal palco dell’Ariston, si augurava coram populo che il messaggio fosse passato. E’ passato, Anna, tranquilla. Ma stiamo divagando. La cosa interessante della sequenza, si diceva, è che questo sketch simpatico e non privo di intelligenza sembrava contenere, neanche tanto sottotraccia, una specie di auto-autoparodia involontaria: non solo, infatti, rischiava di indispettire lo spettatore con sottolineature pleonastiche (i commenti degli astanti indignati) ma dava un’immagine del “locale gay” - e dei gay stessi – macchiettistica e vagamente offensiva. Eccolo, quindi, il nostro Checco Zalone magicamente sospeso tra l’interpretare il personaggio del “terrone retrogrado e ignorante” e, in qualche modo, l’esserlo.

E ancora non abbiamo parlato di Che bella giornata. Il secondo outing cinematografico di Zalone, cinematograficamente parlando, è quello che è. La regia di Nunziante è visibilmente invisibile – come in Cado dalle nubi, del resto – ma il risultato complessivo è assai meno convincente. Perché Zalone sembra aver perso quella spontaneità/genuinità parlando della quale vi ho tediato finora. Perché Zalone comincia a fare Zalone mentre cerca di alzare un po’ il tiro, senza accorgersi che in realtà “abbassa” un po’ tutto. Perché il film ambisce ad essere più film, con un impianto narrativo che persegue solidità e un tema centrale che rasenta l’impegno. E questo nonostante che il buon Checco si affretti a puntualizzare, nelle interviste, che non si è montato la testa, che non ha voluto “evolversi” e che il suo ultimo film è leggero e spensierato e umilmente comico come il precedente. Evidentemente sa che non è esattamente così e deve essersi accorto che qualcosa è andato storto. E qualcosa è andato storto. Gli strafalcioni lessical/sintattici continuano a strappare sorrisi, alcune gustose scorrettezze Zaloniane permangono ma nel complesso, il film arranca dietro una storia più costruita sì, ma forzata e farraginosa, esagera con le gag neriparentiane (anche scatologiche) ed è appesantito da un tentativo di “impegno” francamente imbarazzante (la terrorista islamica redenta) che annega nell’approssimazione e, di nuovo, nel macchiettismo cinepanettonesco (le figure dei terroristi). Checco Zalone, insomma, si normalizza, gira a vuoto e/ma realizza il più grande incasso della storia del cinema italiano. Azzardiamo un’interpretazione poco convinta e convincente del fenomeno: il precedente Cado dalle nubi aveva inaspettatamente accarezzato l’ipotesi di cinema comico popolare totale, presentandosi come prodotto potenzialmente appetibile per un pubblico variegato nel senso di ampio, pubblico che si è recato in massa a vedere Che bella giornata che invece ha parzialmente disatteso le aspettative e – presumibilmente – perso per strada una fetta di spettatori che diserterà il prossimo film, destinato a incassi sensibilmente minori. Alla faccia dell’analisi di mercato. Vedremo (vedranno?).   

Gianluca Pelleschi
Voto: 5
  
(06/02/2011)




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