IL DISCORSO DEL RE

(The King's Speech )

di Tom Hooper
TRAMA

Come Albert, duca di York e futuro re Giorgio VI d’Inghilterra, apprese a parlare in pubblico con l’aiuto del terapeuta Lionel Logue.


RECENSIONI
Un film parlato

Il mondo è un palcoscenico, ogni uomo deve recitare una parte, e quella di “Bertie” è una parte triste. Figlio cadetto, oppresso da un padre tirannico per ruolo, prima ancora che per indole (“io avevo una paura dannata di mio padre, e i miei figli avranno una paura dannata di me”: così re Giorgio V nel ricordo del duca di York), e da un fratello brillante e spregiudicato, al punto da compromettere la propria carriera e la stabilità dell’Impero per le arti sopraffine di una maliarda pluridivorziata, non sembrava destinato a regnare (lo dirà lui stesso poco prima dell’incoronazione: “ero nato ufficiale di marina”). Eppure questo sovrano complessato e balbuziente riuscì a traghettare l’Inghilterra attraverso la più tremenda delle guerre, dimostrando una forza e una solidità che si stenterebbe a credere possibili in una figura dall’apparenza tanto grigia e prevedibile. Il primo e il principale merito della pellicola di Tom Hooper è quello di rispecchiare e tradurre in linguaggio filmico le caratteristiche del suo protagonista. Il discorso del re è un film di parole e discorsi, ma nella sceneggiatura di David Seidler non c’è un dialogo che non sia essenziale, calibrato con sbalorditiva precisione e volto a sostenere un’architettura, visiva non meno che sonora, di grande compattezza, d’impianto tradizionale ma in nessun caso pedantemente teatrale. Attraverso l’uso iterato di soluzioni relativamente semplici (campo/controcampo per i duetti fra “Bertie” e l’analista sui generis Lionel, carrelli all’indietro che illuminano e rendono esemplari scambi di battute apparentemente innocui e casuali, uso costante delle inquadrature dal basso e sapiente ricorso alle deformazioni del grandangolo), il regista riesce a neutralizzare, occultandole, le barriere del teatro filmato e del fumettone in costume, esattamente come fa Logue quando “restaura” lo studio radiofonico nel finale della pellicola. Ne risulta un film epico, dedicato all’epos per antonomasia, quello della parola (vertice assoluto, ancora una volta, il broadcast bellico, in cui Lionel “dirige” il sovrano alle prese con la partitura del proprio discorso): “Bertie” deve affrontare un nemico terribile, il microfono attraverso il quale la sua voce, povero, patetico suono in perenne lotta con la ripetizione involontaria e il silenzio, diviene la voce dei Windsor, dell’Inghilterra, di un Impero in via di sgretolamento ma ancora fondamentale per l’animo e lo spirito del Paese.

È una guerra lunga un quindicennio, quella che Hooper evoca in sequenze di ampio respiro ma ben poco prolisse, una lunga successione di battaglie, più o meno fortunate, contro – e con – i meccanismi di riproduzione della voce e dell’immagine, strumenti infernali ma al tempo stesso decisivi per conferire un’aura di grandiosità e autorevolezza a una casa regnante mai così borghese e priva di connotati aristocratici, a una famiglia frigida e disfunzionale (la sequenza della morte di Giorgio V), unita più dal rancore che dall’affetto reciproco. “Bertie”, designato tutore della continuità e dell’ordine costituito, saprà compiere una piccola rivoluzione assolutamente personale e privata, ritrovando, anche grazie alla moglie e alla figlie (che tanta parte avranno nel suo regno e nel futuro dell’Inghilterra), la dimensione di padre della Patria che per suo padre era ormai niente più che un riflesso condizionato (l’ultima seduta del Consiglio reale) e per il fratello una mera formalità. Speculare al sovrano è l’uomo nell’ombra, il terapista Logue, affetto da un “disturbo” alla favella (l’accento australiano è origine di perplessità e diffidenza persino nei quartieri popolari di Londra), disprezzato e messo in discussione da tutti, anche da se stesso, condotto dal destino a una meta estranea, se non contraria, ai suoi interessi e alle sue aspirazioni, sostenuto dalla consapevolezza che, malgrado tutto, il regale paziente saprà cavarsela. Ma l’ottimismo della volontà nulla, o ben poco, può contro il pessimismo della Storia: Il discorso del re è anche il ritratto di un mondo rigidamente formalista (esemplificato dalla magnifica caratterizzazione della futura Queen Mum) benché(/poiché) sull’orlo del disfacimento, in cui le magnifiche sorti e progressive (evocate dall’Esposizione del 1924 con cui si apre il film e, ancora una volta, dal frequente ricorso agli apparati della tecnologia radiofonica e cinematografica) favoriscono non chi abbia qualcosa da dire, ma chi lo sappia dire nel modo giusto (lo stesso Re è sottilmente affascinato dall’eloquenza del suo futuro nemico). Non c’è pioggia di Oscar (che puntuale si riverserà sul film, non foss’altro che per la prova senza aggettivi dell’intero cast) che possa cancellare l’anima mesta, ma lucidissima, della pellicola di Hooper. E anche questo è un merito non da poco.

Superfluo aggiungere che, per un film così ancorato alla musica della parola, la sola ipotesi del doppiaggio rasenta, se non la bestemmia, l’alto tradimento. Fortunatamente alcuni cinema, anche nelle città di provincia, propongono proiezioni della versione originale.

Stefano Selleri
Voto: 8
  
(02/02/2011)




BellucciBilliCompianiDi NicolaFavaraPacilioRangoni MachiavelliSangiorgio
7.5 6 7.5 7 7 6 7.5 6
SasoSelleriStefanoniTallarita
7.5 8 5 6.5

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