A SERBIAN FILM


di Srdjan Spasojevic
TRAMA

[Film non uscito nelle sale italiane] Milos, ex pornostar, oramai fa vita ritirata con la bellissima moglie Marija e il figlio Petar di sei anni, tentando di sopravvivere nella tumultuosa Serbia. Una chiamata dalla ex collega Layla cambia tutto. Consapevole dei suoi problemi finanziari, la donna presenta Milos a Vukmir – una misteriosa, minacciosa e politicamente potente figura nel mondo del cinema porno. Un ruolo di primo piano nella nuova produzione di Vukmir può fornire sostegno monetario a Milos e alla sua famiglia per tutto il resto della vita. Il contratto insiste sulla sua totale non conoscenza riguardo allo script girato. Da allora in poi, Milos è coinvolto in un vortice di incredibile crudeltà e deviazioni. Vukmir e i suoi complici non si fermeranno davanti a nulla per completare il loro progetto.


RECENSIONI
Punto interrogativo

Allegoria della società serba, riflessione sui limiti del rappresentabile o furbata gratuita e fine a se stessa in cerca di un'eco mediatica? Non semplice capire le intenzioni di Srdjan Spasojevic al suo debutto sul grande schermo. Il regista dichiara che il film si pone in modo metaforico come rappresentazione delle angherie inflitte dal governo serbo al suo popolo, una sorta di stupro collettivo che ha generato un'escalation di crudeltà perpetrata e subita. Una violenza che viene mostrata nel modo più duro possibile proprio per trasmettere il disagio di chi, come drogato dal potere, si è trovato costretto a compiere atti terribili contrari alla propria volontà. Attenendosi a ciò che è dato vedere, però, le motivazioni politiche, nonostante il titolo, qualche dialogo allusivo e la presenza di cameramen vestiti come soldati, paiono più che altro un pretesto, tanto che lo spettatore meno documentato potrebbe benissimo arrivare a fine film senza coglierle.

Sembra infatti di essere più dalle parti di un finto snuff-movie che incontra un torture porno, con una regia molto attenta a superare qualunque opera precedente nell'esibizione della violenza. Una brutalità mostrata nel dettaglio che sfronda via il sottofondo ludico dei vari Hostel e affini e pare più vicina alle derive di certo cinema orientale (Takashi Miike in primis). A trasfigurare i dubbi sulle presunte intenzioni socio-politiche in certezze contribuiscono alcune virate narrative gratuite (l'innesto del fratello traditore e la sua attrazione morbosa per la moglie del protagonista, la follia quasi macchiettistica del misterioso Vukmir), piuttosto improbabili e stridenti nell'economia di un racconto, altrimenti, asciutto e ben calibrato. A ulteriore dimostrazione di ciò, e del fiato corto di alcuni eccessi, le tante sequenze-shock disorientano nell'immediato, arrivano a imprimersi nella memoria (il film è destinato a diventare un punto di riferimento sulla capacità di osare), ma non disturbano come forse i dichiarati propositi lascerebbero supporre.

Chiarito il retrogusto, senza quindi particolare strascichi, il film è ben girato, con ottimi effetti speciali, una fotografia curata, un sottofondo sonoro minimale inquietante, un protagonista dedito alla causa (il kusturiziano Srdjan Todorovic) e una sceneggiatura piuttosto scaltra, con un efficace procedere a ritroso nella parte centrale che raggiunge l'obiettivo di spiazzare.

Luca Baroncini
Voto: 6.5
  
(18/11/2010)




BaronciniDi NicolaFavaraPacilioStefanoni
6.5 7 5 7 6

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