TAMARA DREWE - TRADIMENTI ALL'INGLESE

(Tamara Drewe )

di Stephen Frears
TRAMA

Tamara Drewe è tornata nel piccolo paesino natale, a seguito della morte della madre. La comunità locale è nello scompiglio: la ragazzina bruttina di un tempo è adesso un'avvenente figliola.


RECENSIONI

Tratto dall’omonima graphic-novel di Posy Simmonds, il film di Frears ne ricalca i meccanismi: se è vero che al centro della vicenda ci sono degli scrittori, degli intellettuali, essi non si rappresentano mai attraverso il dialogo o, stante il genere, un umorismo colloquiale, piuttosto, come tutti gli altri personaggi del resto, vanno ad incarnare figure delineate senza sfumature, “disegnate” con nettezza e che perciò propongono il loro carattere in modo monodimensionale: la moglie tradita, il giallista fedifrago e ipocrita, lo studioso in crisi, la protagonista procace e tormentata, la ragazzina invasata e stufa della vita di provincia etc. Concetto ribadito ironicamente ad Andy: Tu sei solo un oggetto sessuale, dichiarazione del cliché al quale la figura del giovane va palesemente ad aderire. Personaggi, connotati d’autorità, che agiscono: contrariamente alla tradizione della commedia british, dunque, essi non propongono mai un eloquio fine a se stesso, ma sempre del tutto funzionale all’azione; è nel modo in cui riesce a dominare questa scelta che si evidenzia tutta la forza del signor Mestiere di Frears, la sua maestria nel gestire il gioco dei personaggi, i ritmi, gli snodi narrativi. L’allusione alla Scrittura (vecchia fissa della Simmonds, autrice di un esplicito Gemma Bovary) è piuttosto nell’ambientazione pastorale e nel realismo dei caratteri, che ricordano vagamente quelli provinciali di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy autore che, guarda caso, è anche oggetto di un saggio che uno dei personaggi sta cercando di portare a termine.

Tamara Drewe ha lasciato il paesino, si è affermata ed è persino divenuta bella, perciò, una volta tornata in quel microcosmo di tranquillità deleteria, viene subito fatta oggetto di attenzione spasmodica da parte delle stesse persone che l’avevano rifiutata; sulla centralità della donna e del suo ruolo, che da Mrs. Henderson presents, The queen, passando per il sottovalutatissimo Chéri, sembra essere una delle costanti dell’ultimo Frears, la pellicola non riflette solo attraverso i due personaggi femminili principali – ovvero la rediviva Tamara e Beth, la moglie dello scrittore-guru, che si rivela, di fatto, la vera mente dei suoi romanzi, come se in questo piccolo paese del Dorset la femminilità per affermarsi avesse necessità di un paravento maschile di credibilità o di una nuova vernice cittadina più accattivante -, dato che il femminino è inteso come ideale chiave fatale: tutto ciò che avviene di significativo nel film, ciò che innesca i giochi relazionali e gli avvenimenti salienti (incontri, tradimenti, amori, persino una morte) è determinato dalle due ragazzine del paese, personaggi che non diventano mai evidenti parti in causa (se non per la rivelazione finale) e che sostanzialmente sono un coro (ancora Hardy) che non si limita a un commento, ma che, giostrando gli avvenimenti, crea la narrazione: osservano, proiettano, elaborano, determinano e fanno svoltare i destini.

Evitando le trappole retoriche del film corale, cosa che Tamara Drewe è lungi dall’essere, frazionato come risulta in tanti microepisodi che vengono poi a essere rilegati in un unico gioco tramico, il regista mostra lo spaccato di un mondo ipocrita in cui la menzogna domina (i romanzieri sono bugiardi), in cui lo humour è britannicamente cinico, in cui anche la morte trova ospitalità e coerente collocazione, in cui la volgarità verbale proviene dalla lettera della novella, in cui la provincia si mostra quale teatro satirico di un “paradiso infernale”, in cui Tamara serba un dolore che non dice, Beth si sente derubata della vita, altri portano avanti un amore frustrato o un disegno agognato e mai conseguito, e in cui, soprattutto, nessuno è perfetto, c’è un po’ di marciume in tutti.
Frears, il cui eclettismo raccoglie ogni sfida servendo sempre degnamente la causa dei suoi - più o meno buoni - copioni, porta avanti, stagione dopo stagione, una commedia spigliata la cui caustica ironia vela il risvolto tragico di una discutibile congrega (un plauso allo splendido cast) dominata da sentimenti che, anche nel migliore dei casi, alla faccia della commedia, rivelano alla radice un fondo di ignominia, vigliaccheria, sordidezza.

Luca Pacilio
Voto: 7
  
(09/01/2011)




BellucciBilliPacilioRangoni MachiavelliSangiorgioSaso
6.5 8 7 7 6.5 7

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