UN ALTRO MONDO

(Un altro mondo )

di Silvio Muccino
TRAMA

Andrea ha ventotto anni. Abbandonato dal padre, è mantenuto dalla madre in un regime di bambagia alto-borghese. Di lavoro vive il proprio privilegio, senza domande. Chiamato al capezzale del padre, scopre di avere un fratellino africano, Charlie, di cui sarà il responsabile legale. La sua vita, inevitabilmente, cambierà.


RECENSIONI

Silvio Muccino ha 28 anni, così come Andrea, protagonista di Un altro mondo . Che, sì, è un film dall'umore autobiografico: Muccino Jr. è in cerca di espiazione (per privilegi ereditati) e, anelando un' identità autoriale propria, allestisce la messa in crisi del mondo superficiale e dorato di chi ha soldi e (dunque) una scala di bisogni completamente avulsa dalla realtà. Vedi alla voce: ridefinire il sistema valoriale promulgato dai film del fratello, micromondi in cui è la ragione del cuore a comandare, luoghi in cui come giungere alla fine del mese non è una domanda fondamentale, alla faccia dell'affresco generazionale. Furba istanza a cui Muccino Jr., con questo dramma di formazione, non ricorre: Un altro mondo è (croce e delizia) coerentemente incentrato sul personaggio principale, non frammenta il racconto in linee narrative che arrancano cercando di ampliare i range possibili dell'identificazione in nome della coralità. Chiaramente: il film è solo il percorso di formazione di Andrea (e per congruenza la ricerca di redenzione di Silvio). Ne consegue che sposi l'ideologia di un privilegiato che, nonostante tutto, non pone mai in dubbio il proprio status: per un sonno della ragione grande ci vuole un problema grande quanto un continente (l'Africa), ma il risveglio dell'umanità sopita – onestamente – intacca lo stile di vita, la visione del mondo, non il conto in banca. L'ego, l'ingenuità, il coraggio di Muccino fagocitano il film, che soffre di ipertrofia negli intenti (parlare di Sé, erigere esempi morali): il ritratto personale entra in attrito con una semplificazione stereotipata dei caratteri in gioco che ambisce all'universale. Così il modello che l'opera si ritrova a promuovere ci risparmia certamente un improbabile francescanesimo d'accatto, ma scade al contempo in uno sguardo viziato, parziale, cieco, capace di vendere pillole di buon senso dall'alto di un comodo privilegio. Lo sguardo di Muccino non si apre mai all'Altro (usato neocolonialisticamente in maniera meramente funzionale) e mappa troppi luoghi comuni (lesinando in sinceri dettagli significanti) per riuscire a raccontare di Sé, dell'intimo, del particolare (non sono sufficienti alcuni alleggerimenti ironici per trascendere lo stereotipo). L'incipit (voice over – munito), da bassa letteratura midcult, è stilisticamente una sineddoche perfetta per descrivere un'operazione in cui la propensione alla sentenza e l'autoreferenzialità sono l'ordinanza; la solita elegante confezione da par di Cattleya anestetizza qualsiasi emozione, rabbia e sincerità comprese, e la commedia è dietro l'angolo, a stemperare. Solo Isabella Ragonese è in grado di dare concretezza umana al proprio personaggio.

Giulio Sangiorgio
Voto: 4
  
(02/01/2011)




Sangiorgio
4

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