BIBLIOTHEQUE PASCAL

(Bibliothèque Pascal )

di Szabolcs Hajdu
TRAMA

Quando i servizi sociali prendono in custodia la figlia, Mona deve raccontare tutta la sua storia per riaverla. Di origine ungherese ma stabilitasi in Romania, la donna ha vissuto una vita segnata dalla violenza: presa in ostaggio anni prima da due detenuti in fuga sulle rive del Mar Nero, ha concepito Viorica dopo una notte insieme a uno di loro, ucciso però la mattina seguente dalla polizia. Coinvolta poi in un giro di prostituzione e malavita, è stata costretta a passare gli ultimi anni tra la Germania e l'Inghilterra, dopo aver preso l'estrema decisione di abbandonare la figlia e alcuni parenti. (dal catalogo del TFF)


RECENSIONI

Cronaca picaresca di un Amélie in nero, Bibliothèque Pascal vive sul confine tra realtà e sogno, tra la misera verità dei traumi individuali e la florida fantasia con cui si vorrebbe riscriverli. Come in Ricky di Ozon, il suo incipit iperrealista (il -fin troppo- quieto campo-controcampo tra la ragazza e l'assistente sociale) pare preannunciare un narcolettico film di denuncia ma viene presto messo a tacere dalla rigogliosa immaginazione della donna, con la storia ad assumere d'improvviso i contorni di una fiaba adulta. Tra esibizioni circensi, giochi di ruolo sadomaso, cocciute orchestre-fantasma e criminali in grado di materializzare i propri sogni, la madre sfortunata si dipinge ragazza giramondo, costretta ad affrontare una follia dopo l'altra con l'imperturbabilità del Candido voltairiano. Il racconto di Mona avanza per episodi intercalati da rocamboleschi incidenti di percorso e camuffa i ricordi troppo dolorosi edulcorando le tragedie della propria vita in imprese fiabesche (il tradimento e la morte del padre, l'abbandono della figlia, la prostituzione a Londra); attraverso lo stesso racconto della donna traspare anche la sua plumbea weltanschauung, evidente nell'acre rappresentazione dell'universo maschile, com'è prevedibile in una madre lasciata sola con la figlia piccola (il bestiario è composito: compagni adulterini e violentemente gelosi, assassini omofobi, padri che vendono le proprie figlie al mercato della prostituzione, magnaccia ipocriti, intellettuali perversi e schiavisti).

Rispetto a Ricky, tale meccanismo è certo più scoperto e risaputo, le ellissi e i misteri logici vengono colmati da un finale agrodolce che predilige la chiarezza espositiva a discapito dell'ambiguità di lettura, ma Hajdu (già autore del pregevole dramma sportivo White Palms), pur prescindendo da una mise en scène incisiva e originale, sa comunque giostrare la vicenda umana di Mona con sapienza e inventiva, legandovi una sensibilità fantastica cupa, tipicamente est-europea (non distante dalle rasoiate del connazionale György Pàlfi), e rievocando, nella patina onirica come nei preziosismi cromatici e registici, il vasto assortimento di post-felliniani (Kusturica, Gilliam, Jeunet, Burton). Oltre a culminare in una meravigliosa scena di corto-circuito tra veglia e sogno (il salvataggio “orchestrale” dalla prigionia sessuale), Bibliothèque Pascal esplicita una ferocia politica non indifferente quando tratteggia, nel passaggio più personale del film, l'omonimo bordello a tema letterario dove le èlite politiche, finanziarie e culturali inglesi pretendono prostitute che, debitamente indottrinate, sappiano incarnare, in un esigente gioco di ruolo, le più classiche figure letterarie (Giovanna d'Arco, Pinocchio, Lolita, Desdemona..). La metafora della prostituzione letteraria imposta dai Paesi più potenti a quelli più arretrati è chiara e tagliente, accusa la globalizzazione culturale (la compravendita di schiave est-europee è ritratta come un grottesco supermercato) di aver seviziato e fagocitato le identità e le tradizioni artistiche (prima di venir costretta alla prostituzione letteraria, Mona era lei stessa storyteller, con il suo teatrino di marionette), condanna l'intellighenzia occidentale di ipocrisia e vigliaccheria (la façade raffinata e nobile nasconde la disperazione della crudeltà e della solitudine), propone di liberarsi dal magistero della letteratura classica, colta e tiranna, con la folle purezza dei sogni immacolati di una bambina, scaturigine surrealista.

Dario Stefanoni
Voto: 6.5
  
(27/12/2010)




PacilioStefanoni
6.5 6.5

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