LA BELLEZZA DEL SOMARO


di Sergio Castellitto
TRAMA

Loro, i genitori, sono professionisti affermati e genitori apparentemente aperti. Lei, la figlia minorenne, presenta loro il suo nuovo fidanzato. Che ha cinquant’anni di più.


RECENSIONI

A Castellitto, che torna con un film scritto da Margaret Mazzantini, dopo Non ti muovere (tra le cose italiane più fastidiose abbia visto negli ultimi anni - primato che ha un retrogusto meritorio, col senno di poi -), va riconosciuto di non accomodarsi su soluzioni facili e di azzardare sempre qualcosa: lo aveva fatto nell’ambizioso precedente, con esiti discutibili, e lo fa anche stavolta, con risultati più confortanti. Il suo terzo film da regista è una commedia che non esita a rischiare, cavalcando con spavalderia il registro del grottesco, che non nasconde le sue ambizioni di ritratto di costume, che non batte un percorso lineare, ma che, anzi, zigzagando tra i personaggi, si presenta volutamente frammentaria, animata da un ritmo vorticoso e sorretta, come è, dall'efficace montaggio.
Satira sui tempi odierni, fatta di figure evidenti, tutte adeguatamente tipizzate, altamente riconoscibili, spudoratamente macchiettistiche anche, La bellezza del somaro è un film sul confronto tra due generazioni e sulla loro impossibilità di comunicare: da una parte quella degli adulti di oggi, che molto ha predicato in passato, ma che non è riuscita a costruire una solida base di riferimenti alla quale i suoi figli possano affidarsi, fatta di educatori liberali che lamentano lo sbandamento della progenie, fingendo di non accorgersi di costituirne la causa primaria; dall’altra quella della gioventù odierna - prima generazione senza futuro, e quindi più pragmatica e critica - che scopre una vocazione all’impegno, che non esita, anche scriteriatamente, a prendere le sue decisioni, che ha assorbito dai genitori una serie di istanze valoriali: quelle che la generazione post-sessantottina ha sostenuto, ma che ha lasciato a livello di slogan e non ha mai concretizzato (la libertà sessuale, la tolleranza a ogni livello, il rifiuto del vuoto borghesismo). Quando gli adulti del film sono posti nella condizione di doversi confrontare con quei valori, gli stessi che sono andati predicando, rimangono, dunque, inevitabilmente spiazzati e interdetti, rivelando una tendenza perbenista ancora più ipocrita di quella che hanno sempre affermato di voler combattere; ecco allora che Marcello cerca di fare il padre, come Marina cerca di fare la madre, non riuscendo semplicemente ad esserlo: per anni hanno finto di credere che lasciare libera la figlia fosse una modalità possibile di educazione (la più facile e la meno impegnativa), salvo ossessionarla per ognuna delle sue scelte, salvo divenire opprimenti quando gli ipocriti proclami della loro gioventù hanno trovato realizzazione nel suo disinvolto comportamento.
Marina è anche analista e non rinuncia, scorrettamente, ad applicarsi in questa veste, a leggere le circostanze secondo i suoi parametri professionali: la valutazione dei fatti attraverso lo specchio deformante della psicanalisi è sicuramente una delle chiavi più divertenti del lavoro, che riesce sempre a deridere con sagacia tutte le possibili derive intellettualistiche in cui i personaggi, presto o tardi, finiscono col perdersi e dietro le quali nascondono le loro debolezze e le loro carenze.

Il film non si sofferma solo sul nucleo familiare che è il centro della narrazione, ma tratteggia anche diverse figure di contorno, ciascuna ben integrata nel quadro d’insieme e, dopo aver individuato tutti i personaggi, li concentra in un ambiente unico, la casa di campagna; questa scelta denota l’approccio teatrale tanto del regista quanto della sceneggiatrice, che da quel momento fanno sì che dialoghi e attori svolgano il lavoro drammatico, fondandolo su quello che è poi il vero leit-motiv del film: l’ombra della morte si allunga su tutta l’opera, è il fantasma che si aggira in ogni sequenza, è il pesante sottinteso di ogni discorso; Marcello è evidentemente terrorizzato dall’avanzare della vecchiaia, non accetta il passare del tempo, ogni sua scelta è condizionata da questo spauracchio, anche la relazione clandestina con una donna molto più giovane ha l’unico scopo di dargli una patetica conferma di gagliardezza; l’anziano fidanzato della figlia-ragazzina, rappresenta, invece, l’esatto opposto: un uomo che appartiene a ognuna delle epoche che il suo passaggio terreno ha toccato, uno che ha vissuto ciascun tempo fino in fondo e che non pensa con ansia alla morte; la sua è una figura quasi fantasmagorica, simbolica, ergendosi sulle altre come una sorta di genitore ideale a lenire quel vuoto che l’assenza dei padri (naturali, spirituali, ideali) ha creato nell’animo dei personaggi: ogni membro della famiglia (Marcello, Marina e la figlia Rosa ) finirà allora per vedervi la figura paterna che non ha avuto, la guida che gli è mancata e di cui ha sempre avvertito la mancanza, pagando con l’incertezza attuale.
Il fitto reticolo, in cui i temi si diramano, La bellezza del somaro (titolo che deriva dalla deformazione della locuzione francese la beuté dell’age e che fa riferimento allo sgraziato fascino della gioventù, età stupida e innocente allo stesso tempo) lo svolge con discreta puntualità, non facendo della caratterizzazione in eccesso un facile rifugio ove riparare e dietro il quale camuffare certi semplicismi di scrittura (che pure ci sono), ma una caratteristica cercata e attribuita alla messinscena, una scelta che detta i toni e l’andamento della storia: la commedia procede, dunque, per paradossi e estremismi e, in maniera sicuramente più adeguata che nel precedente, l’ostentata ricercatezza nell’uso della macchina da presa (a mano: si muove in modo rutilante sulla scena, evitandosi gli stacchi spesso e volentieri) aderisce coerentemente alla materia.

Castellitto, da ottimo attore quale è, svolge un lavoro apprezzabile con gli interpreti, tutti all’altezza del compito (la Morante spreme dal suo standard, la borghese nevrotica, una serie di nuove sfumature) e riesce - cosa non facile, per la quale lo scenario ha merito paritario - a non sacrificare alcun personaggio, facendoli emergere tutti a dovere.
Certo, il piano di lavoro della pellicola è abbastanza evidente, ma il regista riscatta questo schematismo con un certo piglio, armonizzando i vari sipari, non disdegnando il parodismo spinto (Cechov, Fellini, Bergman), senza prenderlo eccessivamente sul serio, ma facendoci concreto affidamento.
Purtroppo il finale, ripiegando su una facile chiusura rassicurante, risulta forzatamente risolutivo e consolatorio: questa soluzione stona non solo con la media cattiveria sfoderata fino a quel punto, ma, quel che è peggio, porta il film nell’alveo di tanta attuale commedia nostrana, quella che Castellitto aveva, con tutta evidenza, evitato scientemente; un inciampo che, peraltro, non cancella i meriti dell’autore.

Luca Pacilio
Voto: 6.5
  
(26/12/2010)




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6.5 6.5 6.5 6.5

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