CARLOS

(Carlos )

di Olivier Assayas
TRAMA

Episodio 1: 1973-1975. Dalla morte di Mohammed Boudia, capo dell’organizzazione Settembre Nero in Francia, all’arrivo delle delegazioni internazionali alla conferenza dell’OPEC a Vienna, passando per il reclutamento di Ilich ramirez Sanchez (Edgar Ramirez) nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e per l’omicidio di tre agenti della DST (Direction de la Surveillance du Territoire) nonché di Michel Moukharbal (alias André) avvenuto il 27 giugno in rue Toullier a Parigi.

Episodio 2: 1975-1978. Dal sequestro dei ministri dell’OPEC (21 dicembre 1975) alla formazione di un’organizzazione autonoma, passando per la rottura col capo dell’FPLP Wadie Haddad (Ahmad Kaabour) e per la nascita del legame sentimentale con Magdalena Kopp (Nora von Waldstätten).

Episodio 3: dal marzo 1979 (Carlos stabilisce la base della sua organizzazione a Budapest) all’agosto 1994 (arresto di Carlos), passando per la preparazione dell’omicidio di Sadat e per l’attentato alla redazione del giornale Al Watan Al Arabi (25 aprile 1982).


RECENSIONI

Il film è stato realizzato a partire da un importante lavoro di documentazione storica e giornalistica. Tuttavia, la vita di Carlos comportando considerevoli zone d’ombra soggette a controversia, questo film è innanzitutto una finzione che ripercorre due decenni del percorso di uno dei più celebri terroristi internazionali. Inoltre le sue relazioni con i diversi personaggi di questa storia sono stati necessariamente romanzati. I tre omicidi di rue Toullier costituiscono i soli fatti tra quelli evocati in questo film per i quali Ilich Ramirez Sanchez è stato perseguito e condannato. L’attentato al drugstore PUBLICIS è tuttora oggetto d’indagine (didascalia iniziale del film).

Thriller geopolitico parlato in otto lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco, arabo, giapponese, ungherese e russo) Carlos è un film esorbitante per durata (330’), varietà di location (una decina di paesi in tre continenti diversi) e quantità di attori impiegati (più di centoventi). Prodotto da Studio Canal e presentato fuori concorso alla 63ª edizione del Festival di Cannes, è stato trasmesso in tre episodi dall’emittente francese Canal + tra il 19 maggio e il 2 giugno 2010 e successivamente accorciato alla durata di 165’ - o altri minutaggi tra le due e le tre ore a seconda dei paesi nei quali è stato distribuito - per l’uscita in sala (avvenuta in Francia il 7 luglio). Complesso ma non caotico, ambiguo ma non fumoso, vorticoso ma non isterico, l’ultimo lungometraggio di Olivier Assayas è la lampante dimostrazione di come si possa fare un film prodotto dalla televisione senza scadere nel semplicismo catodico: utilizzando lo schema grandeur et décadence di un militante politico preso nel flusso della storia, il cineasta francese cestina l’immagine mitica forgiata dai media e orchestra un affresco sul terrorismo negli anni ’70. Per Assayas il terrorismo non esiste come entità a sé stante, ma è sempre strategia di stato: la vera natura di ogni attività terroristica consiste necessariamente nel paese che la supporta e a chi viene inviato il messaggio. In questo senso la struttura del terrorismo delineata da Carlos non differisce da quella contemporanea, a cambiare è soltanto il carattere politico della strategia del terrore: se negli anni ’70 era determinata dalle ideologie, oggi è definita dalle convinzioni religiose.

Ma non è solo lo scenario geopolitico a essere descritto dettagliatamente: affiancato in sede di sceneggiatura da Dan Franck e coadiuvato dalle ricerche condotte dall’ex corrispondente estero di Le Monde Stephen Smith (che ha beneficiato di documenti desegretati dopo la caduta del muro di Berlino), il film sviluppa una riflessione su un’intera generazione di militanti, sui cambiamenti storici, sui destini sentimentali dei protagonisti e sulla contraddittorietà dell’animo umano. L’Ilich Ramirez Sanchez (Edgar Ramirez) sbozzato da Assayas si dibatte tra gloria etica e vanità mediatica, tra l’agire in modo conforme alla propria coscienza e il concedersi agli ammiratori con pose da star rivoluzionaria (nel blitz dell’OPEC sfoggia una tenuta cheguevaresca e urla “Hasta la victoria siempre!” imbracciando un mitra). Intorno a lui gravitano figure di combattenti pronti a tutto (“Nada”, splendidamente indomita) o demotivati dalla deriva antisemita della causa palestinese (“Angie”, voce della coscienza del gruppo). Ilich è uno e multiplo come i suoi pseudonimi (Carlos Martinez, Michel Kassis, Abdallah Barakhat) e, grazie alla prova poliglotta di Edgar Ramirez, il film ritrae scrupolosamente le sue diverse incarnazioni senza che una prevalga sull’altra. Ed è proprio l’avvicendarsi delle maschere a svelare la sua proteiforme identità: in parte rivoluzionario (episodio 1), in parte celebrità (episodio 2) e in parte mercenario (episodio 3), Carlos si circonda di compagne remissive (su tutte Magdalena Kopp, con la quale ha una bambina) e collaboratori fidati (Weinrich, membro delle cellule rivoluzionarie tedesche). Un personaggio in bilico tra megalomania e idealismo.

Più interessato alla dimensione concreta dei blitz che a quella convenzionale propagata dai media, Assayas smonta l’immagine dei terroristi perfettamente addestrati e militarmente infallibili, mostrando a più riprese inconvenienti banali (pistole che s’inceppano), distrazioni imperdonabili (biglietti del parcheggio non consegnati), e madornali errori di valutazione (l’insufficiente autonomia di carburante del DC-9 per volare da Algeri a Bagdad). Non si tratta di sottolineare beffardamente il loro dilettantismo, ma di smitizzare realisticamente le loro imprese per strapparle all’ipoteca della spettacolarizzazione mediatica e restituirle alla veridicità umana, una veridicità fatta di imprevisti, esitazioni e contrasti. Messo a dura prova dalla complessità del progetto, Assayas, che ha dichiarato di non voler più ripetere un’esperienza così sfibrante, piega alle sue esigenze il formato visivo, cancellando fin dal primo fotogramma le differenze tra cinema e televisione: forte della fiducia incondizionata della produzione, il cineasta cinquantacinquenne gira con uno scope magnificente, affida le luci a due direttori della fotografia di assoluto talento (Yorick Le Saux, Denis Lenoir) e non rinuncia al montaggio sincopato che contraddistingue il suo stile né alla disseminazione di brani musicali che costellano la sua opera (Wire, New Order, Fripp-Eno, The Lightning Seeds, The Feelies, Oumou Sangare). Il risultato è meravigliosamente paradossale: una pellicola che si ribella a ogni tentativo di categorizzazione normalizzante sfruttando il formato televisivo per aprire completamente la materia anziché costringerla in canoni prestabiliti. Girato in 92 giorni con un budget di 18 milioni di dollari, Carlos è un film di azioni e idee che afferma ininterrottamente una sola verità: dove c'è libertà c'è cinema.

Alessandro Baratti
Voto: 9
  
(16/12/2010)




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