BELLAMY

(Bellamy )

di Claude Chabrol
TRAMA

Il commissario Paul Bellamy, in vacanza a Nîmes, si trova coinvolto (quasi) suo malgrado in una truffa alle assicurazioni che implica (forse) un omicidio.


RECENSIONI
I casi della morte

L’ombra della Signora vestita di nulla aleggia sull’ultimo lungometraggio di Claude Chabrol, e non si tratta solo di suggestione derivata dalla consapevolezza che stiamo assistendo all’ultimo film, in assoluto, del suo autore. Ogni scena della pellicola (fin dall’incipit, ambientato nel cimitero di Sète, in cui è sepolto Brassens, uno dei “due Georges” – l’altro essendo naturalmente Simenon – cui è dedicato Bellamy) è dominata dal senso della fine incombente, sospesa sul capo dei personaggi non meno che sulle fila delle relazioni, sempre complesse, spesso contraddittorie, vagamente oscure, che li legano, rectius li incatenano l’un l’altro.

L’interesse di Bellamy per il caso di Emile Leullet/Noël Gentil (caso in cui si riflette un episodio di cronaca giudiziaria che appassionò la Francia di fine anni Ottanta, il cosiddetto “affaire Dandonneau”, del quale Chabrol recupera gli elementi essenziali, ma solo per “rimontarli” a proprio talento) non si spiega soltanto con il desiderio, comprensibilissimo in un detective “star” (quale apprendiamo essere Bellamy: ha scritto un libro di memorie e gode di una certa notorietà, verosimilmente televisiva), di battere sul tempo i meno brillanti colleghi provinciali, bensì dalla fascinazione che esercita sul maturo commissario questa vicenda d’impossibile morte e resurrezione, accarezzata dal tema della metamorfosi (Leullet ricorre alla chirurgia plastica per facilitare la propria latitanza) e animata da un sordo istinto autodistruttivo (non a caso Chabrol affida i tre ruoli – Leullet, il suo “doppio” Gentil e il clochard-capro espiatorio Leprince – allo stesso attore, lo straordinario Jacques Gamblin, come straordinario, e magnificamente diretto, è il cast nel suo complesso).

Il commissario, un Depardieu mai così titanico e vulnerabile, (ri)vive, attraverso la vicenda di Leullet, il proprio tormentato rapporto con il fratellastro, Jacques, ospito suo e della moglie Françoise nella casa di quest’ultima. Jacques, torvo ma inoffensivo avanzo di galera, è sempre in bilico fra l’ammirazione e il risentimento nei confronti del commissario, molto più grande di lui in ogni senso, realizzato e “fortunato” per principio e in ogni circostanza, mentre Paul non riesce a esprimere tutta l’evidente tenerezza che prova per il fratello più giovane, fragile e “sfigato”, ma anche difficile da gestire e a volte seriamente imbarazzante, e che tratta di volta in volta con acida condiscendenza e accigliata bonomia, quasi a suggerire una relazione più paterna che fraterna. Scorre sottotraccia anche una corrente di inquietudine per il rapporto che lega Jacques a Françoise, rapporto che (forse) non esiste se non nella fantasia di Paul, alimentata ancora una volta dalla vicenda Leullet, una storia di tradimenti multipli (Leullet abbandona la moglie con una donna molto più giovane, che a sua volta gli sarà infedele).

La pellicola poi, se deve al giallo (anzi, al polar, genere “leggero” per eccellenza e vetusto per sua stessa natura – come osservano a più riprese i personaggi -) gli elementi fondamentali, se ne distacca per la struttura, perfettamente circolare e simmetrica (tratto abituale per l'ultimo Chabrol, da Il buio nella mente a Grazie per la cioccolata, a Il fiore del male), come a negare qualsiasi rilevanza a un intreccio poliziesco in cui le indagini non portano a nessun risultato che non sia frutto del Caso. Il Caso è il vero, solo omicida della vicenda (la morte della moglie di Leullet), le strutture che gli umani pensano di sovrapporre alla fatalità sono ridicole e bizzarre, quasi comiche nella loro solennità (l’udienza canterina). Come ricorda la frase di Auden che apre i titoli di coda, “c’è sempre un’altra storia, c’è sempre qualcosa di più di quanto possa percepire l’occhio”, e Chabrol non ce lo sbatte in faccia, come altri, per insegnare chissà che, ma ce lo ricorda, sommessamente, con quell’aria sorniona e distaccata che rende straziante il minimo movimento di macchina (il dialogo con Claire alla caffetteria), la pausa tra due silenzi profondamente diversi (la confessione notturna di Paul). Quel che conta, in un universo piccolo e sperduto, grigio anche in pieno sole, in cui gli uomini vivono (e muoiono) sull’orlo dell’abisso, è avere l’ultima parola. Quella definitiva.

Stefano Selleri
Voto: 10
  
(09/12/2010)




BellucciDi NicolaPacilioSangiorgioSelleri
7.5 9 8.5 8 10

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