BLACK HAWK DOWN

(Black Hawk Down )

di Ridley Scott
TRAMA

Durante la "Operation Restore Hope", condotta nel 1993 in Somalia, un fulmineo raid concepito per catturare con precisione chirurgica due luogotenenti del signore della guerra Aidid, si trasforma in diciotto ore di tragedia. E in due ore e mezzo di film.


RECENSIONI
La guerra è bella quando dura poco

Ridley Scott non è un Autore. Ma questo lo sapevamo già:dopo un’alba di nitida bellezza (I Duellanti), un mattino pieno di luce (Alien, quel B-Movie vestito talmente a festa da diventare epocale) e uno zenit accecante (Blade Runner o il “De Fanta-Scientia”), il sole del suo cinema è ripiombato sotto l’orizzonte precipitandolo nella notte eterna delle promesse mai mantenute. Quello che invece non sapevamo ancora con certezza, ma che non era difficile da intuire, è che di Ridley Scott non è rimasto niente. Ridley Scott non è (più) niente. Autoconvintosi (forse) di aver qualcosa da dire, forte di un nome che dotava ogni suo nuovo film di un plusvalore artistico inesistente, il nostro si è barcamenato tra sopravvalutati rigurgiti (vetero)femministi, prove di impersonale “interlocutorietà” e abissi talmente trash da rasentare il sublime (a quando la consacrazione ufficiale di Hannibal come stra-cult non indegno di capolavori alla Porno Holocaust?); per approdare, infine, al naturale lido di una siffatta carriera: un film premiato con l'Oscar, che lasciava quantomeno intravedere per il buon Ridley una riciclata ma dignitosa vecchiaia da diligente entertainer. Invece no. E Black Hawk Down lo (di)mostra. Prodotte da Jerry Bruckheimer, specializzatosi in fracassonate tutte pop-corn e dolby digital, le due ore e mezza di pellicola lambiscono i confini dell’ “impegno” guardandosi bene dal valicarli, accarezzano la grandeur epico-bellica ignorandone modi e tempi di rappresentazione/evocazione, tentano la (rectius: si fanno tentare dalla) strada dell'infantilismo patriottico senza la necessaria, ingenua spudoratezza. Il consueto prologo preparatorio di ogni buona produzione bellica americana, ergo la delineazione degli stereo-tìpi ai quali affezionarsi così da “simpatetizzarne” le imminenti sventure, è quasi meta-parodico tanto è svogliato, stanco e tirato via (il che, ovviamente, lo rende inutile allo scopo). Idem con frattaglie (umane) per l’altrettanto consueto epilogo postrage, la tiratella moraleggiante che esplica il “senso”, quel puntuale senso riproposto da anni identico a se stesso, con microvarianti impercettibili: la guerra è brutta (sempre) assurda (quasi sempre) a volte sbagliata (Vietnam e derivati) ma c’è, quando c’è va combattuta e i comunque valorosi cowboy americani ci mettono (quasi tutti) “anema e core”; - “non siamo eroi, però…” - dice a fine pellicola il Matt Damon dei poveri, Josh Hartnett. Chiaro no? Al di là, comunque, del sempre opinabile sostrato etico-ideologico di queste produzioni, con schematizzazioni e semplificazioni storiche annesse e connesse, ciò che delude maggiormente in BHD è proprio la sua unica ragion d’essere, il suo clou, ciò che segue l'inutile prologo e precede l’inutile epilogo: la battaglia. Così lunga da diventare una gag, ricorda per comunanza di sensazioni evocate il mirabile inizio di Space Balls, l’astronave inquadrata dal basso che incede maestosa tra le stelle ma che diventa ridicola perché “infinita”. Infinita come l’odissea dei poveri Rangers piovuti dal cielo sul Planet Of The Niggers. E ripetitiva. Come una canzonetta pop ben fatta ma “dilatata” in loop ben oltre i suoi fisiologici tre minuti: verse/bridge/chorus - verse/bridge/chorus per dieci, venti, trenta volte di troppo… la struttura inevitabilmente crolla, la reiterazione snatura l’impianto, la riproposizione ciclica anestetizza i sensi e, con essi, le emozioni. E’ esattamente questo che accade in Black Hawk Down: i movimenti di macchina, i ralenti, il montaggio, il raffinato uso delle luci e dei colori (“sabbiosi”), le scenografie, la coordinazione “coreografica” dei movimenti degli attori, tutto sembra al posto giusto al momento giusto, un bel verse/bridge/chorus forseimpersonale,scevro di guizzi “artistici”, maazzeccato con fredda professionalità... solo che Ridley Scott preme il tasto "repeat", e il ritmo del film (ossia il Credo di ogni bravo blockbustermaker) diventa prima aritmia, poi (e infine) elettrocardiogramma piatto. Allora si sbadiglia, sporadicamente risvegliati da grossolane variazioni sul tema (mani mozzate, arterie da "annodare" et cetera), e si pazienta spazientiti fino all'agognato The End di un film inutile e bruttissimo.

Gianluca Pelleschi
Voto: 3




BellucciPelleschiRangoni Machiavelli
5.5 3 7.5

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