VALHALLA RISING

(Valhalla Rising )

di Nicolas Winding Refn
TRAMA

Trama dettagliata e pullulante di spoiler incorporata nella recensione: si suggerisce la lettura a visione avvenuta.


RECENSIONI

Con Bronson Nicolas Winding Refn ha palesemente tracciato un bilancio della propria carriera cinematografica e completato l’autoritratto/superamento della sua prima facciata (non a caso il regista l’ha definito una catarsi). Valhalla Rising si presenta altrettanto chiaramente come un nuovo inizio, il film inaugurale del suo secondo profilo creativo: il regista danese (ma dalla formazione culturale americana) resetta le coordinate del proprio cinema e concepisce una pellicola di fantascienza antitecnologica ambientata nell’XI secolo, un film di “fantascienza mentale” secondo le sue dichiarazioni. Rielaborazione ultrapersonale d’influenze cinefile quanto mai eclettiche (dal Dennis Hopper di Fuga da Hollywood al Carpenter di 1997: fuga da New York passando per il Tarkovskij di Stalker), il settimo lungometraggio di Refn è un film taciturno come il suo protagonista One Eye (Mads Mikkelsen), ammantato dal sibilante sound design di Douglas MacDougall e paludato dalla terrea fotografia del fido Morten Søborg. L’aggettivo arcaico gli spetta di fatto e di diritto: arcano sarebbe esageratamente criptico, allegorico eccessivamente esplicito.

Diviso in sei parti, Valhalla Rising pone al centro della narrazione lo scontro tra panismo pagano e monoteismo cristiano, con il personaggio di One Eye a fare da testimone monoculare e agente imparzialmente sanguinario. Neutro, impassibile e implacabile, One Eye si libera dalla cattività guerriera (WRATH) in cui lo costringe un clan norvegese e (SILENT WARRIOR) si unisce alla spedizione di un manipolo di vichinghi cristiani diretti a Gerusalemme per riconquistare la Terra Santa (MEN OF GOD). Disorientati dalla nebbia e dalla bonaccia, i vichinghi si perdono in alto mare giungendo non tanto nell’agognata Terra Santa (THE HOLY LAND), ma in America, luogo che essi finiscono per identificare con l’Inferno (HELL). Decimati dagli indigeni e soverchiati dagli elementi naturali, si abbandonano al terrore, agli istinti belluini e a teocratiche manie di grandezza, scatenando la reazione di One Eye, il quale, uccisi tre compagni di viaggio sul punto di aggredirlo, si allontana dai superstiti insieme al bambino (Maarten Stevenson) che lo ha sempre accompagnato. Arrivato in riva al mare e circondato da nativi armati di archi e clave, One Eye si lascia trucidare senza opporre resistenza (SACRIFICE). Unico sopravvissuto: il bambino.

Dotato di qualità sovrumane (resistenza alle intemperie, straordinaria forza fisica, comunicazione telepatica col bambino) e poteri sovrannaturali (la preveggenza che si manifesta con immagini virate in rosso), One Eye è un eroe mitico proveniente da un altro mondo (letteralmente dall’aldilà) e del tutto privo di passato (Refn lo definisce un monolite, un enigma). Le quattro fasi che attraversa durante il racconto (schiavo, guerriero, Dio, uomo) rappresentano la tappe evolutive della specie dal primitivo all’umano, con il sacrificio finale come rinuncia al ruolo di guida spirituale e definitiva affermazione della propria umanità. Parabola ambiziosamente mitologica, dunque, che Refn oggettiva cinematograficamente con stile ieratico e magniloquente: cinemascope di monumentale grandiosità, ralenti di glorificante solennità, commento musicale dalle sonorità metalliche e perentorie (Peter Peter, Peter Kyed). Cinema nerboruto e imperioso. Possente. Girato con la Red One Camera (come Antichrist di von Trier) e in remote aree della Scozia, Valhalla Rising (il titolo riecheggia i Rising di Kenneth Anger) fa quasi completamente a meno delle parole (le linee di dialogo sono all’incirca 120) e assegna un ruolo preponderante alla fisicità e agli elementi naturali, riaffermando da una nuova, tenebrosa prospettiva il principio generatore della poetica di Nicolas Winding Refn: “Art is an act of violence”.

Alessandro Baratti
Voto: 7.5
  
(24/11/2010)



COMMENTI

Refn sorprende ancora: compone una pellicola lisergica che, prima, segue la scritta in incipit “In principio era l’uomo e la natura”, ricercando con la macchina da presa sia le vette sferzate dal vento che il sangue umano (digitale). Un cinema laconico che s’appaia al guerriero protagonista, di cui non si conoscono né provenienza né intenzioni, con insert improvvisi rosso sangue (Sogni? Flashback? Pre-visioni). L’opera si fa sempre più straniata, con le bellissime musiche sigur-rosiane di peterpeter come co-protagoniste per un mood allucinato, dove i corpi compiono gesti lenti, Refn elabora i ralenti e le “scene” (scenografa: la Natura) sono sempre più simboliche (vedi “l’accampamento” dei crociati: quattro bandiere, un gruppo di donne nude, un cumulo di corpi bruciati). Quando lo sguardo del regista si sofferma a lungo sull’imbarcazione immobile immersa nella nebbia, siamo in puro cinema brechtiano, di sottrazione, mentre, all’arrivo in America, fra lirismi musico-ambientali, sguardi, corpi nella natura, e quest’epica vichinga di morte e déi (insolita per Refn che proviene dal realismo pulp), siamo in pieno Herzog (passando per The New World di Malick), nume tutelare anche della dilatata scena con passo e incomprensibilità dell’incubo in cui, improvvisamente, tutti i cristiani impazziscono. Infine (il film è diviso in capitoli), l’ennesima virata estetica, tutto acquista il passo di un’opera “religiosa” su di un dio (?) della guerra con i suoi seguaci e su di una fede (cristiana) arrogante e superstiziosa. Tanti spunti e riflessioni lasciati a fermentare nell’assenza di spiegazioni, parole, spessori apparenti: Refn è riuscito a replicare il potere della mitologia.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




BarattiCompianiFavaraRangoni Machiavelli
7.5 5 7.5 7.5

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