L'ALBERO DEGLI IMPICCATI

(The Hanging Tree )

di Delmer Daves
TRAMA

In un accampamento di minatori nel Montana l’arrivo di un dottore dai modi bruschi e risoluti crea qualche problema all’equilibrio della comunità.


RECENSIONI

Altra opera squisitamente atipica da parte di un cineasta il cui solido mestiere ha conosciuto una parabola artistica che ha preso le mosse dal noir per culminare nel melodramma connotato da oscure tinte psicanalitiche. La rivisitazione di Delmer Daves del mito della frontiera ha offerto una forma cinematografica estremamente personale per declinare le vicende di quella specifica mitografia in una chiave decisamente antropologica. Alle aperture simboliche dei grandi spazi aperti del western di Ford e di Mann, Daves preferisce l’universo concentrazionario del villaggio (Cowboy), della small town (Quel treno per Yuma), dell’accampamento minerario (L’albero degli impiccati) nel quale un ambiente geograficamente ristretto si fa luogo d’elezione per far confliggere quel plesso di dinamiche etico-psicologiche derivanti dall’interazione umana. L’interesse precipuo, quasi entomologico, di Daves sorge costantemente dal rapporto tra contesto e personaggio, tutti gli archetipi a disposizione della mitologia dell’Ovest vengono assunti solo per essere rielaborati in funzione di uno studio dei caratteri in relazione a un contesto dato (vedasi il singolare sviluppo del concetto di antieroe nel divenire filmico di Quel treno per Yuma).
Se nella costruzione del rapporto contesto-personaggio di Quel treno per Yuma era l’elemento del tempo a costituire un ruolo di fondamentale importanza (è il fatidico orario del treno che detta l’incalzare del ritmo nell’interagire di Ben Wade e di Dan Evans, e nella conseguente acquisizione di consapevolezza morale di quest’ultimo, in tutt’altra situazione alle minacce del fuorilegge Wade, Evans si sarebbe supinamente sottomesso pensando alla tranquillità della famiglia), in L’albero degli impiccati è lo spazio a determinare l’elemento strutturale del film. Uno spazio fondamentalmente aggredito, invaso, da tutti i personaggi della scena. Il Montana (in realtà i set esterni si trovavano nello stato di Washington, nei pressi di Chinook Pass), zona non nuova a questo tipo di stanziamenti, diviene il luogo naturale di conquista da parte dei cercatori d’oro i quali vi si insediano fondando una piccola comunità. La riservatezza e sicurezza dell’ortus conclusus è garantita e preservata da Frenchy Plante (nelle prime scene lo si vede alle prese con il ladruncolo Rune), e, simbolicamente dall’albero degli impiccati che campeggia colmo di ombrosi presagi fin dalla prima sequenza e che, prefigurazione di una colpa da espiare, attenderà le figure del racconto a una conclusione. La solare atmosfera del paesaggio rurale montano si fa plumbea col giungere dei due personaggi chiave della pellicola: il Dr. Frail, rappresentazione di un passato torbido da rimuovere, figura attrattivo/repulsiva carica di funzionale ambiguità (Cooper è più che adatto in questo ruolo) e la giovane Elizabeth Mahler, simbolo di pronunciata sessualità (nonostante il puritanesimo del quale è ammantata). Forze che, mediante il loro contrassegno di alterità (motivo scopertamente sociologico), contribuiscono a destabilizzare l’equilibrio della comunità e che potenzialmente minacciano la presunta moralità dei cercatori d’oro contaminandone il loro giustificato spirito imprenditoriale (straordinaria a questo proposito la figura del predicatore cialtrone di George Campbell Scott), e che invece, in un memorabile climax, ne evidenziano tutta la laida e meschina avidità.

Mauro F. Giorgio
Voto: 7




Giorgio
7

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