2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

(2001: A Space Odyssey )

di Stanley Kubrick
TRAMA

un allineamento d'astri.l'alba dell'uomo. il monolito nero. l'osso spaziale. il valzer d'attracco. il monolito. l'alba sibilante. 18 mesi dopo: in missione verso Giove. un occhio rosso suadente. una corsa in centrifuga. follia e morte di HAL 9000. Giove e oltre l'infinito. il monolito. luci sul casco di Dave Bowman. bianca stanza in stile Reggenza. invecchiamento tra sguardi. il monolito. il feto astrale, i suoi occhi.


RECENSIONI

2001 un'odissea nello spazio è il suo(i) monolito, nero lucido, quasi un'opera d'arte minimalista. Com'esso è uno spartiacque ed al suo pari ha dinamiche di funzionamento molteplici, evidenti eppure in continua evanescenza: ermetico è il blocco nelle sue apparizioni e nelle sue (in)azioni, ermetico è il prodotto della fantasia kubrickiano-clarkiana.
L'esperienza dei tronconi narrativi di cui il film si compone dà origine ad una pluralità di reazioni emotive ed intellettuali resistenti a qualunque facile assimilazione e condensazione concettuale. Dalle scimmie con la scoperta del potere/violenza fino al feto galleggiante che guarda la Terra e lo spettatore si snoda un percorso che dal tempo più o meno determinato sfocia nell'eternità del futuro, ma ciò cosa significa? Apologo dell'intelligenza umana e della sua autodistruttiva ferocia, visione di un aldilà impossibile da raggiungere, disumanizzazione del cosmo e speranza di rinascita, tutto questo e molto altro fa parte delle possibili estrapolazioni contenutistiche che lasciamo al piacevole gioco di chi visionerà. Quanto ci preme qui non è tanto sostenere una tesi piuttosto d'un'altra, una corrente critica opposta ad un'altra bensì fare un breve astrazione dell'oggetto /2001: A Space Odissey/, il vero oggetto del mistero.
Nel 1968 Kubrick riuscì a mettere insieme quest'enorme mostro cinematografico: "il primo film dopo Intolerance ad essere al contempo una superproduzione e un film sperimentale" (Jacques Goimard, cit. in Chion "Un'odissea nel cinema", Lindau, 2000). I due film precedenti, Lolita e il dott. Stranamore avevano relegato il regista, soprattutto nel contesto americano nella nicchia riservata alle pericolose stranezze e di certo non avevano lenito, nemmeno monetariamente, le ferite dei soprusi compiuti dagli Studios (e da K. Douglas) per Spartacus (1960).
"Metro-Golwyn-Mayer presenta una Stanley Kubrick Production", quali fossero le garanzie offerte da SK è mistero: girare un film ad alto budget, in 70 mm, su un soggetto originale (di K e Clark, che da questo trarrà il romanzo), senza star d'attrattiva, gli attori pur visi noti venivano e sarebbero poi tornati nella penombra, con spreco di effetti speciali, poteva forse funzionare come propaganda alla corsa spaziale americana  ma quello che infine arriverà sugli schermi (ridotto da 160' a 141') è ben lungi da essere utile all'uopo.
Uno spruzzo di mito non fa male. Una buona campagna pubblicitaria darà ragione, sulla lunga distanza, al progetto, farà scuola anche da questo punto di vista (Coppola, Lucas, Scorsese, Cimino, Mann, et. alt. riescono a contrattare od impiantare la propria volontà nello studio system della nuova Hollywood).
La fantascienza viene forzata ad uscire dall'ingenuità, il confronto con 2001 produrrà filoni di vario interesse come Star Trek, Guerre Stellari (abile nel tenere un piede nella staffa della sci-fi anni 50/60), il catastrofismo. Gli effetti speciali -soprattutto fotografici- subiscono un definitivo scarto iniziando ad essere componente definitoria del genere, Douglas Trumbull giovane tecnico adatta la sua slit-scan machine per il viaggio di Dave oltre l'infinito.
"2001: Odissea nello Spazio" è però il monolito che pure segna un confine della carriera di Stanley Kubrick, rinchiuso definitivamente nei suoi Pinewood Studios, al di fuori della storia e del confronto.
Noioso, oscuro, mistico, disperato che sia, 2001 ha forgiato le strutture dell'immaginario, dettato il ripensamento dell'esperienza filmica (per quanto riguarda l'ampia diffusione, opposta all'underground coevo) e si è stabilito per quello che è, capolavoro.
Per chiudere vorremmo ricordare due piccolezze. La stupenda versione televisiva operata nei palinsesti dell'allora TMC: 100 minuti di rarefatta perfezione, un censura per necessità commerciale con effetti degni di David O. Selznick. Infine, la rapida citazione in un episodio di Futurama, serie animata di Matt Groenig ambientata nel 2999: una navicella sfreccia oltre la Luna, un monolito obliquo ruotando mostra un cartello scritto a mano: OUT OF ORDER, fuori servizio.

Luigi Garella
Voto: 10



Kubrick rivoluziona il genere fantascienza: a livello tecnico, grazie a maghi degli effetti speciali quali Douglas Trumbull (per gli sfondi e la Porta delle Stelle), Tom Howard (effetti ottici) e Wally Veevers (i modellini), immaginando un futuro (con la consulenza di N.A.S.A., IBM, General Electric, Chrysler e Rca: li allettò inventando il product placement) talmente possibile-realistico da restare iconograficamente insuperato; a livello tematico, facendolo entrare in un’accezione adulta e autorale, metafisica e filosofica che non ha precedenti (come disse Clarke, un film sulla relazione tra l’uomo e l’universo). Ma compone anche un capolavoro del Cinema, in quanto non esiste sulla Terra di Celluloide altra opera altrettanto enigmatica e al contempo intellegibile, cioè, potenzialmente, interpretabile in decine di modi grazie ai simbolismi e gli eventi straordinari che descrive. Il romanzo “Le guide del Tramonto” (The Sentinel) di Arthur C. Clarke (scritto nel 1948, suo un primo adattamento per Kubrick nel 1965) non è altrettanto magistrale e cavalca la teoria di Charles Fort e Olaf Stapleton sull’origine aliena della razza umana (infatti, nella pagina scritta, il monolite era una piramide): Kubrick lo trasforma in un trattato esistenziale sul “Chi sono? Da dove vengo? Dove Vado?” che lascia attoniti, con la mente chiusa (per suoi limiti) e immaginazione pilotata dal Terzo Occhio alla ricerca di Dio. Non si va alla scoperta di nuovi mondi ma dell’Io interiore, attraverso tre milioni di anni di Storia. È, praticamente, una pellicola muta, antinarrativa, raccontata con sguardo distaccato, con recitazioni naturalistiche, piglio quasi documentaristico ma al contempo lisergico, visionario (ispirazione per le scene finali: gli allucinogeni), un’esperienza che vuole comunicare al subconscio e non all’intelletto: Kubrick la gira in 70 millimetri Superpanavision, con suono stereofonico, per esaltare lo Spazio e le musiche sinfoniche (il “Bel Danubio blu” di Strauss mentre le astronavi si muovono) che rendono quello umano (e della Scienza fallace) un balletto con la Storia. Se è un’Odissea, allora il computer Hal 2001, con un solo occhio, è Polifemo (il nome è un acronimo delle parole euristico e algoritmico). La (possibile) chiave di lettura per il finale dove Bowman regredisce all’infanzia, ci proviene da Clarke stesso: “È l’immagine di se stesso a questo stadio di sviluppo. E forse la coscienza cosmica ha il senso dell’umorismo”.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 10




GarellaRangoni Machiavelli
10 10

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