ATTENBERG

(Attenberg )

di Athina Rachel Tsangari
TRAMA

Marina, 23 anni, è cresciuta con il apdre in un prototipo di cittadina industriale presso il mare. Dal momento che considera la specie umana strana e repellente, se ne tiene a dovuta distanza, tuttavia la scruta intensamente tramite le canzoni dei Suicide, i documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough e le lezioni di educazione sessuale impartitele da Bella, la sua unica amica. Un forestiero, arrivato in città, la sfida a calcetto. Nel frattempo il padre si prepara ad uscire in modo rituale dal ventesimo secolo, che egli considera sopravvalutato. Contesa tra i due uomini e la sua collaboratrice Bella, Marina esplora il sorprendente mistero della fauna umana (dal pressbook del film)


RECENSIONI

Il cinema contemporaneo è frequentemente abitato da teenager border-line, disadattati goffi e orgogliosi dei propri limiti, nerd che creano tendenza, fautori di una visione del mondo filtrata da rappresentazioni di massa, snob promotori dell'arty quotidiano, lo strano come modus vivendi. Per questi individui l'immaginario pop è un supermercato in cui abbuffarsi di modelli, stili, riferimenti, atteggiamenti per poi rielaborarli, feticizzarli come mezzo di estrensicazione della propria personalità. Si tratta di personaggi autistici, poser narcisi disegnati per praticare retoriche dell'antiretorica: a volte soccombono all'intorno (Rushmore di Wes Anderson, etc), inadeguati a ciò che li circonda, a volte si impongono senza problematizzazione alcuna, novelli Re Mida che adeguano alla propria idea di mondo qualsasi cosa capiti loro di sfiorare (Juno, come esempio principe e Sundance mood a seguire). Marina, la protagonista di Attenberg, fa parte di questa nutrita fauna: ventitreanni, una maschera da misantropo da indossare, il distacco anaffetivo elevato a filosofia, un etologo come guru, uno sguardo da entomologo sulle cose della vita. Marina si mette in scena in questo modo, limita la sua figura a questa rappresentazione: si simula personaggio post-moderno, involuto nel proprio nichilismo, compiaciuto delle proprie eccentricità, i documentari di Sir David Attenborough (il titolo del film è la storpiatura di questo nome) e i brani dei Suicide come tramiti per dire la propria visione del mondo. E, ovviamente, l’abitudine a ridurre la realtà a struttura, a linguaggio ottuso, a gioco di parole nonsense. A mera confezione. Ma l’educazione a eros e thanatos, sottilmente, sotto i nostri occhi, minerà questa costruzione.

Athina Rachel Tsangari, al suo secondo film, dopo avere prodotto Kinetta e Kynodontas di Lanthimos (qui nel ruolo dell’ingegnere che inizia al sesso Marina), coglie senza accenti e didascalismi la crescita del suo personaggio, con un occhio in grado di descrivere gli attriti tra il sé e il palcoscenico di sé, lavorando sui dettagli, sulle sfumature della recitazione (meritata Coppa Volpi ad Ariane Labed), sui paradossi emotivi delle situazioni messe in scena (dal rapporto sessuale ai discorsi sulla morte, sino al meraviglioso campo lungo finale). Dietro la frontalità, gli a parte di matrice teatrale e le infrazioni da cinema da autore 70ies, dietro la tonalità apparentemente glaciale, dietro l’olimpica constatazione della disincarnata burocratizzazione a cui si è sottomessa la natura umana, dietro la vacuità della prassi religiosa, dietro, in sostanza, la fine dell’umano, c’è un umano che nasce: il teen movie, per la Tsangari, è territorio di resistenza al contemporaneo, introduce il proprio personaggio all’umanità. A qualcosa che eccede quel guscio chiuso, quella rappresentazione scorbutica: Marina dal cinema pare andare verso la vita.
Per questo ci piace.
Perché Attenberg è la nemesi di Juno.

Giulio Sangiorgio
Voto: 7.5
  
(31/10/2010)



Mistero

Una lezione di bacio con la lingua tra due ragazze. Una lunga dissertazione su un sogno a base di cazzi che finisce con il neologismo “cazzalbero”. Un massaggio sulla spiaggia con il piede. Una partita a biliardino in solitaria. Una gara di sputi dalla finestra. Un gioco con le scapole. Un primo approccio al sesso con un ragazzo conosciuto da poco. Un panino mangiato e poi sputato. Un secondo momento di intimità, questa volta più esplicito. Sono tanti i momenti inutili e nonsense nel film di Athina Rachel Tsangari. Siparietti che non paiono in grado di uscire dall’ombelico della regista per il tono sprezzante con cui affastellano, senza alcuna cura per la progressione, stralci dal vago sapore autobiografico. Raccordi che vengono vomitati sull’incolpevole spettatore con pretese pseudo artistiche e velleità autoriali mal riposte. Non basta collocare due personaggi sullo schermo limitandosi a riprenderli in qualche modo con la macchina da presa, bisogna anche preoccuparsi di capire che ci fanno lì, e pure chiedersi se hanno qualcosa da dire. Questioni di cui il film non si preoccupa minimamente limitandosi a imporre l’antipatia delle sue protagoniste, e delle loro insopportabili coreografie (roba da prima settimana di un corso di recitazione), attraverso scelte che lasciano trasparire anche una certa scaltrezza: qualche dialogo sboccato, due o tre incursioni nel soft, una malattia terminale, l’ombra di Edipo e un’insoddisfazione non meglio motivata (ah, no, il complesso industriale sullo sfondo). Tutti elementi a quanto pare sufficienti per ottenere la partecipazione, in Concorso, a uno dei festival internazionali più prestigiosi del mondo. E, addirittura, per colpire la giuria che premia, quanto mai immeritatamente, una delle due interpreti, Ariane Labed, con la Coppa Volpi. Pazzesco, non c’è che dire. Nient’altro da aggiungere per uno di quei film in grado di irritare per la supponenza con cui si appropria del tempo altrui.

Luca Baroncini
Voto: 3
  
(01/11/2010)




BarattiBaronciniBilliPacilioSangiorgio
7 3 6.5 7.5 7.5

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