DEEP IMPACT

(Deep Impact )

di Mimi Leder
TRAMA

Una cometa minaccia la Terra, ma il devastante impatto non ucciderà il futuro del pianeta.


RECENSIONI

Fin troppo facile sparare su questo film, prevedibile al punto da essere facilmente riducibile a formula: "Independence Day" + "Uragano" + tanti, troppi, minuscoli melò assortiti (la figlia ingrata e carrierista, gli amanti ragazzini, l'eroe dal passato eccetera). La minaccia astrale, il senso di precarietà che avvolge le piccole storie comuni costellate di scene madri, il raggio di speranza ovvero la retorica del "nonostante tutto", i dialoghi da soap: insomma, quel guazzabuglio di elementi di cui ha fatto giustizia (a quanto pare non definitiva) il delizioso "Mars Attacks!". 
Ma, se è consigliabile non nutrire illusioni sull'impianto moraleggiante dell'opera (esaltazione, buona per tutte le stagioni, della forza della vita, soprattutto quella made in USA), bisogna riconoscere alla messinscena curata da Mimi Leder doti insolite, per il genere e non solo, e decisamente piacevoli. 
Anzitutto, grande qualità dei contributi tecnici: e per grande qualità non vogliamo intendere il solito spreco di architetture tra il futurismo e Disney, con luci da western digitale. Scenografie talvolta spettacolari, in ogni caso funzionali e sobrie, a tratti possenti (il mare che unisce e travolge due dei personaggi, nella parte finale), più spesso di una linearità disarmante (gli interni in cui si svolgono i drammi dei personaggi). Anche la sceneggiatura non ha voglia di "giocare agli eroi": i personaggi più coraggiosi (e piatti) hanno pur sempre caratteristiche umane, ed è già qualcosa.
Altra nota positiva, gli attori: sarà che negli ultimi tempi alcuni registi, più tecnici degli effetti speciali che altro, hanno fatto di tutto per farceli dimenticare, ma sono ancora indispensabili. E se è un po' triste vedere tanti interpreti di vaglia replicare all'infinito scenette già viste centinaia di volte, è difficile non apprezzare la bravura, e soprattutto lo straordinario affiatamento, di un cast che ha nell'immensa Vanessa Redgrave il suo faro, e in Leelee Sobieski ed Elijah Wood le proprie grandi speranze. Fulgida, ma un po' spaesata, Téa Leoni, anche se il suo duetto finale con Maximilian Schell è il momento più intenso del film.
Va detto che la Leder non si limita ad assemblare gli elementi con stile impersonale: regge le fila del giochetto con mano sicura e riesce persino ad appassionarci a figure appena abbozzate, costruisce scene (l'incipit) in cui la magia si sposa all'angoscia, lavora di sottrazione, rendendo asciutta e meno predicatoria del solito la retorica da "day after" e costruendo un epilogo degno nell'impianto, se non - ahimè - nel dialogo, di una tragedia elisabettiana, senza omettere qualche tocco polemico sulla società dell'informazione a basso contenuto di etica professionale e sulla cultura del gioco a premi. Insomma, tanto talento per quasi nulla. Ma il talento, per fortuna, c'è.

Stefano Selleri
Voto: 5.5



Diretto avversario al botteghino di Armageddon, ha una trama pressoché identica, salvo poi optare per scenari più apocalittici, da Day After, in chiave biblica (il vettore di nome "Messia", l'Arca di Noè, il diluvio universale e il monte Sinai). Mimi Leder, reduce dal buon The Peacemaker, rinnega le sue migliori qualità: ritmo lasco, edulcorazione, assenza di senso del tragico, finto impegno politico, strumentalizzazione dei sentimenti. Armageddon, almeno, dichiara apertamente la sua natura di blockbuster d'intrattenimento. Deep Impact è devastato da un prologo lunghissimo e sfilacciato, da troppa carne al fuoco, da un qualunquista umanitarismo, da divagazioni schizofreniche, alla ricerca della maratona a staffetta (un personaggio passa il testimone all'altro) che finisce con l'essere peggiore della formula dei catastrofici anni settanta, dove era d'obbligo presentare i singoli personaggi prima della tragedia. Parte come un thriller politico e si dimentica l'intrigo per strada, va a sposare la retorica da discorso presidenziale che s'appella ai valori della famiglia, al rispetto per gli anziani (la figura di Robert Duvall), alla riconciliazione con i padri. L'accoramento da La Fine del Mondo (Abel Gance) si trasforma in patetismo melenso, perché è assente il pathos. Il panico è mostrato in piccole dosi e quasi esclusivamente attraverso la televisione: una mossa ipocrita, dato che gli sceneggiatori apostrofano le nuove generazioni figlie dello schermo, schiave dei propri occhi senza esperienza diretta. Manca l'epica del sacrificio, perché il suo peso è direttamente proporzionale alla paura, assente. Le impronte spielberghiane con i bambini protagonisti e l'invasivo/pomposo commento sonoro sono le gocce (la marea: agli effetti speciali la ILM di George Lucas) che fanno traboccare il vaso. E che dire dell'elegia della raccomandazione? Vedi Elijah Wood che dichiara, tutto soddisfatto, d'aver "imbucato" nell'Arca di Noè i suoi vicini. Meglio rivedersi Quando i Mondi siáScontrano, sana serie B senza troppe pretese.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 5




Rangoni MachiavelliSelleri
5 5.5

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