THE AMERICAN

(The American )

di Anton Corbijn
TRAMA

Jack è un assassino sulla via della redenzione, che accetta un ultimo incarico prima di ritirarsi: in un paese abruzzese, dovrà assemblare un'arma molto sofisticata da consegnare a una collega. Intanto si innamora di una prostituta locale...


RECENSIONI
Clooney, what else?

People (…) need to learn the difference between true cinematic art, and manipulative try-hards.

Dalla board di Imdb

George Clooney ha le idee chiare, su questo non v’è dubbio alcuno. L’impressione è che il suo potere di attore/produttore influente si mangi i film in cui decide di recitare e mettere i soldi, omogeneizzandoli a sua immagine e somiglianza. La sua idea di cinema “adatto alla star-non-star intelligente George Clooney” è quella del Soderbergh di Ocean’s, dei fratelli Coen o, quando decide di esagerare, dell’inutilmente sovraimpegnato e intrecciato intreccio di Syriana (del comunque soderberghiano Gaghan). Al limite, (si) può arrivare al Tony Gilroy di Michael Clayton, ossia una Hollywood tradizionale (diciamo 70’s) ricevibilissima senza troppi imbarazzi. E quando Soderbergh, i Coen o Gilroy non ci sono? invitiamo educatamente alla mimesi il regista di turno… L’uomo che fissa le capre, ad esempio, sta lì a cristallizzare il concetto: film coeniano fino al plagio, in cui la già artefatta arty-sticità coeniana, unita a un all star cast concettualmente soderberghiano, veniva come ri-artefatta al secondo grado creando un distillato godibile ma derivativo e sintetico a diversi livelli di lettura. [ci/gli si chiede, casomai: perché non (ri)fare tutto da solo? Confessioni di una mente pericolosa e soprattutto il successivo Good Luck pagavano sì debiti alle fonti ma risultavano opere sicuramente più personali e riuscite].

Con The American siamo, invece, nel pieno di quella sindrome da “film costruito per sembrare arty in senso clooneyano” di cui si parlava in apertura. Si prendono topoi thrilleristici di risaputaggine esemplare e li si imbriglia in un contesto che ce la mette tutta per dotarsi dei crismi del falso thriller moderatamente ma decisamente ambizioso. L’assassino coi sensi di colpa, che si accorge di aver sacrificato vita e sentimenti, il tentativo di redenzione, gli ex colleghi che lo braccano, i nodi che vengono al pettine, l’amore (ri)trovato, l’amore perduto, la catarsi che passa per l’estremo sacrificio. Cose già viste un numero imprecisato di volte, declinate al classico (The Mechanic) al derivat(iv)o moderno (Assassins) come al Classico d’Autore (Le Samourai) per arrivare a recenti, graditissime sorprese (In Bruges). La declinazione scelta da Corbijn/Clooney per The American, si diceva, è quella mirata al raffreddamento della materia trattata – o meglio – al disinnesco di quanto poteva esserci di ordinario nella materia trattata per snobbare il genere mentre lo si pratica. Dunque abbiamo un thriller senza thrilling, che rallenta vistosamente il ritmo, lascia l’intreccio vero e proprio sullo sfondo e dosa l’azione con parsimonia per concentrarsi sui rovelli interiori del protagonista, preparando l’ovvio esito autosacrificale.

L’opinione di chi scrive, ormai credo sia chiara, è che ci ritroviamo qui come altrove un risultato visibilmente – e a tratti anche ingegnosamente – artefatto, con lo sforzo profuso per ottenere “l’effetto” che diventa più evidente dell’effetto stesso (si veda il marcato movimento di macchina finale, che lascia fuori campo un sad ending telefonatissimo col solo, evidente scopo di donargli una dignità “artistica”). Ma non solo. Perché The American è disseminato di altre magagne e sciatterie che certo non giovano: intanto c’è un macchiettismo italianoide che alla lunga stanca un po’, tipo che nelle tv italiane danno C’era una volta il west (col barista che puntualizza: “Sergio Leone, italiano”), alla radio passano Tu vuo’ fa’ l’americano e per strada, i passanti si lanciano in impeti patriottici pro-espresso napoletano. Poi ci sono personaggi dalle psicologie divergenti a dall’agire immotivato (“il prete di campagna”, altro topos mica da ridere. O sì). Risvolti narrativi ingiustificati, come l’innamoramento tra Clooney e la Placido, imposto come dato di fatto ma privo di vera costruzione narrativa. E c’è la mania di protagonismo di Clooney, che se da un lato – come abbiamo cercato di evidenziare – plasma i(l) film con intenti europeizzanti, se così si può dire, dall’altro occupa lo schermo assai hollywoodianamente, tiranneggiando il 99% delle inquadrature e mostrandosi in tutte le salse più fighe: George che spara stiloso e navigato, George a torso nudo che si tiene in forma e “che fisico alla sua età”, George che scopa con macha tenerezza, pp su George spaventato che non perde la calma, altro lungo pp su George morente per il gran finale tragico, e insomma, George, George e ancora George. What else?

Piccola, ultima nota di demerito alla versione italiana, che ignora “la questione della lingua” doppiando tutto in perfetto idioma nostrano e rendendo alcuni passaggi semplicemente privi di senso (appena Clooney-Pannofino apre bocca tutti gli chiedono “lei è americano?” benché il suo italiano sia perfetto). Un po’ come ne Il Disprezzo. O nei cinepanettoni di ambientazione esotica, in cui India, Egitto, Caraibi, diventano tutti paesi tranquillamente italiofoni.

Gianluca Pelleschi
Voto: 5
  
(17/09/2010)




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