BASIC INSTINCT

(Basic Instinct )

di Paul Verhoeven
TRAMA

Una disinibita scrittrice di successo è indagata per l’omicidio di un uomo, ucciso durante un amplesso. Il detective incaricato delle indagini se ne innamora...


RECENSIONI

Adoro Verhoeven (premessa necessaria alle poche, faziose parole che mi accingo a scrivere). Detto questo, Basic Instinct è il quarto film americano del regista olandese, a tutt’oggi quello di maggior successo, nonché il “peggiore” della sua filmografia. Apologeta del nudo & crudo, convinto e convincente avversario dei mezzi termini, Verhoeven sembrava perfetto per dirigere questo scandalo/successo annunciato (in)farcito di sangue, sudore e umori. In effetti “perfetto” lo fu solo economicamente, ma i suoi adepti non poterono/possono fare a meno di rintracciare spersonalizzazione e rinuncia tra i fotogrammi tirati a lucido di Basic Instinct. L’inconfondibile tocco “hard”, quella spontanea tendenza all’esplorazione (e scomposizione) anatomico-ginecologica dei corpi e la sfrontatezza con cui l’Autore stabilisce inattesi nessi causa/effetto tra sarcastici pugni nello stomaco e riflessioni d’abissale profondità (si veda il Capolavoro Assoluto Starship Troopers), sembrano quasi del tutto assenti in Basic Instinct: qui dominano un’asettica rappresentazione del sesso, appena più osé degli standard hollywoodiani, una recitazione goffa e straniata e la disonesta sceneggiatura di Eszterhas che sembra scimmiottare Hitchcock con intenti parodici… e se fosse proprio “parodia” la parola chiave? Letto in quest’ottica, Basic Instinct diventa geniale esercizio di (rinuncia allo) stile, sagace e ironica costruzione autoreferenziale dove un autore dal conclamato istinto di base per il “torbido” decide di rinunciarvi proprio nel momento dell’apparente bisogno… come se fosse convinto che un pubblico a caccia di facili e telefonati scandali non meriti vero turbamento, bensì amplessi sterilizzati, dialoghi ridicolmente sublimi e colpi di scena di rara gratuità. “Quel” pubblico abboccò e sancì il trionfo commerciale di Basic Instinct, al fan rimangono o la bonaria condanna, o le letture alternative e tendenziose come la mia: a voi visione e scelta/e…

Gianluca Pelleschi
Voto: 7



Giallo di grande successo, a suo modo un classico, ha dato il La alla moda dei thriller erotici e ha segnato un notevole cambio di costume (facendo “Storia”) nelle rappresentazioni del sesso a Hollywood, per quanto sia stata molto castigata la versione uscita negli Stati Uniti (e in Italia) rispetto a quellla europea: la pellicola è colma di sequenze pseudo-scandalose, situazioni morbose (pur brava e bella, Sharon Stone è entrata nel mito e nello stardom mostrando, in modo voyeuristico e ammiccante, il pube, in pochi secondi dove gioca un maggior ruolo l’immaginazione). Gli intenti dello sceneggiatore Joe Eszterhas (che, da qui in poi, andrà per la maggiore) sono tutti commerciali-sensazionalistici, perché lo shock ricercato è, in realtà, sperma innacquato spruzzato sul perbenismo americano, legato oltretutto a un canovaccio a scatole cinesi inflazionato. Ma la tenuta spettacolare è buona, la tensione erotica animale e potente (fra il detective e la scrittrice), con la mano di Verhoeven che fa la differenza: frenata nella libertà erotico-perversa di cui godeva in Olanda (vedi Il Quarto Uomo) e in cui sguazzava in modo troppo ostentato e compiaciuto, deve per forza di cose lavorare “lo scandalo” a livello subliminale, di atmosfera, di psicologie contorte, e lo fa in modo affascinante. Il braccio di forza cioè fra la sua totale immoralità sull’argomento sessuale e il puritanesimo hollywoodiano che esige, sempre e comunque, una manciata di valori cui aggrapparsi pur rimestando nel torbido, crea un ibrido in cui da un lato le patologie non hanno modo di essere troppo strumentalizzate e, dall’altro, possono galleggiare in acque ambigue più stimolanti.  

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




PelleschiRangoni Machiavelli
7 7.5

Back