AMERICAN PIE 2

(American Pie 2 )

di J. B. Rogers
TRAMA

Adolescenti arrapati prendono in affitto una casa al mare per trascorrere un’estate memorabile. Ma servono le ragazze...


RECENSIONI

Il fenomeno AMERICAN PIE, comprensibilmente incensato dal pubblico e sottovalutato dalla critica, arrivò in Italia differenziandosi dalla costellazione dei teenager-movies allo stampino: questo, partendo da una sacrosanta intuizione (la sessuomania/fobia dell’età adolescenziale), provocava genuino divertimento giocherellone, volgare giusto per le animelle ma univocamente irresistibile [l’innegabile scena-cult del primo episodio: la ragazzina rossa, inamidata, che confessa candidamente di utilizzare il suo flauto a scopo masturbatorio]. Nonostante la pioggia di difetti e la rozzezza di fondo del prodotto, che spogliato si riduce ad un fuoco di fila di macchiette su uno scacchiere di gag e caldure (il contrario di freddure, è il caso di dirlo), la ricetta dimostrava di funzionare scatenando vere e proprie manie [la frase di lancio, che paragone l’organo riproduttivo femminile ad una torta di mele, divenne un leitmotiv: qualcosa vorrà pur dire]; basti aggiungere che l’ovvia legge dell’inca$$o condannò il fenomeno ad un seguito e si avrà la pellicola di James B. Rogers, che sostituisce Paul Weitz dell’originale. Qui l’alchimia è presto smarrita, non vi sono nuovi personaggi e quelli vecchi si limitano a ripetere il rispettivo stereotipo a pappagallo (addirittura l’esilarante Finch, fottitore di altrui madri, non è più quello di una volta); questo non toglie l’intrinseco divertimento sollevato da alcune situazioni (l’incipit iniziale, la solita invadenza del padre di Jim), ma è un sorriso a quattro/cinque denti che odora di già visto. La pretestuosa narrazione non si diverte più a tratteggiare amabili porcelloni (che ormai di loro si sa già tutto dal primo episodio), ma si limita a vivacchiare su un quarto di ideuzza, ossia il mito della casa al mare affittata da un gruppo di amici. Il problema non è la non-trama, caratteristica della serie, ma il fatto che intorno vi sia stavolta un non-film: l’intuizione datata ’99 imbocca il viale della telenovela a puntate, riducendosi alla semplice fotocopia che –come sempre spoglia di pretese- si pone molto al di sotto anche del semplice intrattenimento; a questo proposito l’insulso terzo episodio giocherà goffamente a raschiare il fondo del barile, stavolta volgare per davvero. L’eroe indiscusso è il simpatico Jason Biggs, simbolico nell’incarnare lo zozzone che è in ognuno di noi; da lì a poco si rinnoverà al servizio di una comicità alleniana e misurata, intellettuale quasi, senza poter dare il meglio di sé.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4.5




Di Nicola
4.5

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