CROSSING THE BRIDGE

(Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul )

di Fatih Akin
TRAMA

Viaggio in compagnia di Alexander Hacke nell'universo musicale turco e non solo.


RECENSIONI
In 5 / 8

Ripercorrendo le orme di Wim Wenders che con il suo Buona Vista Social Club aveva portato sullo schermo i suadenti e commoventi ritmi della Cuba musicale più appassionata e che con The Soul of a Man aveva ammaliato il pubblico con i suoni malinconici del blues, Fatih Akin, dopo essersi accaparrato l’Orso d’Oro a Berlino con La Sposa Turca, torna a dedicarsi alla sua amata terra d’origine percorrendola stavolta in veste di documentarista musicale utilizzando come protagonista uno dei musicisti che avevano collaborato alla colonna sonora proprio de La Sposa Turca , il compositore nonché bassista Alexander Hacke. Inutile dire che anche in questo caso lo sguardo di Akin sembra accarezzare la Turchia, Paese dalle mille contraddizioni e dai contrasti continui, come viene anche sottolineato nei diversi dialoghi che si susseguono nel corso della pellicola. Crossing the Bridge è infatti costituito da un continuo alternarsi di musica e di confronti verbali con i vari artisti: non vere e proprie interviste, ma placidi dialoghi che abbracciano il mondo musicale ma anche la politica e la società. Alla base dell’intero film, c’è la massima confuciana, esplicitamente citata all’interno della pellicola, che sottolinea la necessità di conoscere la musica di un luogo per poterlo davvero comprendere: Hacke all’interno del documentario sembra partire dalla sua Germania proprio per questo, per comprendere Istanbul e la Turchia e riuscire ad introdursi nei vari ambienti musicali per riportare alla superficie le esperienze artistiche locali che restano spesso restano affossate e circoscritte all’interno dei confini della città o del Paese. Snodandosi dunque fra il grunge e la musica tradizionale, senza dimenticare il rap, la musica kurda e quella di origine rom, ogni passaggio fra i vari stili non rappresenta come potrebbe sembrare una cesura fra un determinato modo di intendere la vita e un altro (attraverso la musica, ovviamente), ma anzi è la via più funzionale per mettere in luce l’estrema coesione che in realtà esiste fra le diverse etnie del Paese. Attraverso i già citati dialoghi è facile accorgersi di come in realtà ogni singolo artista sia parte integrante di un più ampio mosaico culturale, che fa sì che la stella del rap locale sia cresciuta ascoltando la musica della grande artista di musica tradizionale, mentre quest’ultima organizzi eventi per non dimenticare la vecchia gloria della musica del passato. La mdp si muove agilmente nell’ambiente underground di una Istanbul bella e affascinante come sempre, immergendosi nel rock più puro (“Istanbul è una città rock!” sostiene soddisfatto il leader di uno dei gruppi). Spezzoni di passato più che irrompere nella scena, sembrano fotogrammi evocati man mano che i discorsi analizzano le differenze in ambito musicale fra il passato ed oggi. Akin però non si ferma al ruolo fondamentale della musica, scelta che probabilmente avrebbe ridotto l’intero prodotto ad una noiosa rassegna di stili e artisti: il regista si dimostra innamorato del suono della città (non a caso il titolo dell’opera è: Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul); e infatti a poco a poco ci si rende conto che in realtà si resta rapiti non solo da melodie dolci e al contempo drammatiche, da voci intense che si propagano negli ambienti più disparati (i sobborghi cittadini, un battello sul Bosforo, un marciapiede, le antiche cisterne) o da un ritmo incalzante: improvvisamente le sonorità si concentrano su rumori quotidiani: clacson nel traffico, il rombo di un motore, voci chiassose in una strada, passi, le risate dei bambini che giocano a pallone davanti alle case malridotte. Basta poco e la vera Istanbul prende forma e colore, proprio grazie a quei suoni tanto familiari che appaiono il perfetto completamento per la musica in primo piano. Finale a sorpresa inoltre, degno di un documentario dedicato alla terra di confine per eccellenza, al Paese costantemente in bilico fra Europa e Asia: a suggellare il costante confronto fra Oriente ed Occidente, ecco che arriva proprio sui titoli di coda, una strana cover di Madonna in salsa turca, improvviso schiaffo di globalizzazione addolcito in salsa locale. Costante rapporto di diversi elementi, dunque, alla base del film. Musica e suoni a confronto. E Akin si dimostra un abile moderatore della discussione.

Priscilla Caporro
Voto: 6
  
(07/09/2006)




BarattiCaporroCoccia
6.5 6 6.5

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