THE BOX - C'E' UN REGALO PER TE

(The Box )

di Richard Kelly
TRAMA

Una scatola misteriosa viene recapitata sulla soglia di casa di una tranquilla famiglia...


RECENSIONI
La questione morale

Scrivere dell’ultimo lavoro di Kelly ci sembra impresa insidiosa. Il rischio è quello di lanciarsi in sovrainterpretazioni onanistiche con tortuosi processi alle (preter)intenzioni autoriali. Detto in altri termini: Kelly ha le idee chiare su cosa vuole dal (suo) cinema e dunque da noi? O qualcosa del genere. Facciamo due passi indietro: Donnie Darko era una sorta di cult naturale e annunciato, distillato di alterità smerciabile a più livelli. Southland Tales un’opera seconda estenuante, tronfia quanto glaciale, con ambizioni (ardiamo) infinitejest-iane. E The Box sembra un deciso ritorno a DD, atmosferico quanto tematico. Prendendo dunque atto che sia questo il Richard Kelly Autore, e archiviando momentaneamente ST in un limbo dove si attende un giudizio universale riabilitante, sorgono non pochi problemi critici. Perché se in DD c’era un fascino oscuro e misterioso che permeava tutto il film, con l’apertura interpretativa a farla da padrona, The Box è un film decisamente meno omogeneo e più schizofrenico-bipolare. In The Box non c’è più una continua compenetrazione di ingenuo e profondo, didascalico e criptico, quanto un avvicendamento. Nei primi 50 minuti abbiamo un interessante thriller nobilitato da ottime idee (Matheson è una garanzia, l’episodio Button, button, di Ai Confini Della Realtà, un gioiellino) e appena deconvenzionalizzato da un obliquo accento posto sulla deformità fisica. Poi i giochi si complicano ma vengono subito chiariti da una spiegazione talmente banale da risultare imbarazzante (Langella illustra la natura del “test” in base al quale l’umanità verrà giudicata. Idea non certo nuova, tra l’altro, basti pensare a Ultimatum alla Terra o, cambiando playground, al Brecht di “Der gute Mensch von Sezuan”) e infine la situazione riprecipita nell’indefinibile. Un singhiozzare un po’ sgraziato che alterna momenti di grande suggestione (merito anche di una regia ipocinetica e controllatissima, con più attenzione al profilmico che al filmico) ad altri quasi demenziali (l’inseguimento nella biblioteca) senza soluzione di continuità. E che ci riporta al quesito iniziale, prosaicamente riassumibile col vieto: Richard Kelly ci è o ci fa? La sua idea di “raggiungere un pubblico mainstream (…) rimanendo fedele alla mia sensibilità artistica” (RK) è un po’ eccentrica per non dire peggio (50 minuti di Hollywood / 50 minuti di Kelly?), la questione morale sollevata, per essere presa sul serio, abbisogna di una buona dose di autoimposta innocenza (basta egoismo o finiremo per – letteralmente - ucciderci) mentre le derive finali con i “soliti” viaggi multiversici in altre dimensioni, portali, realtà alternative sono, stavolta, troppo vincolati a una trama (inizialmente) chiara e intelligibile per risultare credibili e risultano una specie di copia-incolla dovuto di riconoscibili marche autoriali.

Perché il fascino di Donnie Darko risiedeva anche, lo ribadiamo, in una generalizzata, illocalizzabile mancanza di chiarezza che apriva a svariate e mai decisive chiavi di lettura. In The Box, al contrario, abbiamo una scelta etica iniziale precisa che immobilizza il film per una buona metà e dalla quale Kelly non riesce a smarcarsi: la coppia preme il bottone, dunque “sbaglia”, portandoci un passo più vicini alla Fine. Lo avevamo capito da soli ma il film ce lo ha anche ribadito. Da lì in poi, non siamo più molto liberi di (s)variare. E allora è difficile digerire la storia dei tre portali (due dannanti e uno salvifico) che vanno azzeccati non sulla base di scelte virtuose ma della fortuna o, se va bene, dell’attenzione agli indizi da parte del protagonista (le dita a V a indicare “2”). E i vicoli ciechi narrativi, i personaggi piovuti/piombati dal/nel nulla (la babysitter) diventano fastidiosi. E non ci è più molto chiaro il nesso, così diretto e apparentemente risolutivo (il montaggio alternato non lascia scampo), tra il pulsante nelle mani di una coppia e l’omicidio/suicidio nelle mani dell’altra. E, insomma, tutto l’impianto etico della vicenda va a farsi benedire. Perché per quanto le ipotesi esegetiche non manchino, per quanto il nume tutelare di Sartre sia sbandierato ai quattro venti (“A porte chiuse”, certo, ma diremmo anche “L’essere e il nulla” per quanto concerne la libertà delle scelte cui non corrisponde la possibilità di un comportamento “virtuoso” e positivo… No Exit) la questione centrale del pulsante premuto perde di forza e chiarezza, mentre proprio su quella il film si era incautamente edificato tenendola come primo mobile apparentemente scevro di ambiguità. Tale indecidibilità interpretativa,  insomma, per essere efficace dev’essere onnicomprensiva (cfr Donnie Darko) e non subentrare a giochi fatti, semplice figlia di incoerenza, noncuranza o confusione interne.

Ma la cosa veramente “strana”, in The Box, è che per quanto si configuri come un film pasticciato e a tratti decisamente ridicolo, conservi una buona dose di fascino che si prolunga, inerzialmente, ben oltre le due ore di visione. Stupisce come in fondo Kelly sia riuscito, ancora una volta, a mescolare thriller, filosofia e fantascienza di serie B, sbagliando tempi, modi e dosi ma ottenendo come risultato un oggetto filmico comunque interessante, sicuramente estraneo al contesto distributivo nel quale si (auto)colloca, e nondimeno capace di insinuarsi, misteriosamente (in tutti i sensi), tra le sinapsi per farle galoppare al suo servizio. The Box non sarà, insomma, la conferma/consacrazione autoriale nella quale speravano i fans di Kelly ma, forse, l’Inferno sono gli altri (film di/del genere) e questo un piccolo, goffo ma appetibile Paradiso. Basta sapersi accontentare.

Gianluca Pelleschi
Voto: 7
  
(03/08/2010)




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6 4.5 6,5 6 7 6.5 7 6
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7 6.5

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