CITY ISLAND

(City Island )

di Raymond De Felitta
TRAMA

Vincent Rizzo è una guardia carceraria con la passione per la recitazione. All'improvviso il passato riemerge con la scoperta che il figlio da lui abbandonato in età giovanile è ospite di una delle celle. Per rimediare al senso di colpa decide di tenere sotto custodia il ragazzo, invitandolo in casa, ma tenendo nascosto il tutto alla famiglia. Le menzogne sono però difficili da mantenere tali e ben presto la verità metterà in discussione l'equilibrio precario dei Rizzo...


RECENSIONI

City Island, paesino ai margini di New York dal sapore caricaturale ed improbabile, diventa il territorio di una commedia del fraintendimento. Preda privilegiata per la teatralità dei ruoli e dei doppi giochi è la classica famiglia di provincia con il suo andamento apatico e di sconsolata resa, collocata nell’occasione dentro una cornice smaccatamente indie, esibita nel trucco del diverso, nello stereotipato carattere looser, fresco di etichetta, compiacente di indossare la menzogna della propria natura, di infrazionare con un gusto pudicamente amorale il substrato puritano, per poi innalzarlo a rovescio e antidoto dell’apparenza.
Un’operazione falsa, un disagio fasullo che vorrebbe ambire al diktat utilizzando il famigerato meccanismo della mascherata famigliare, prima come falsa emulazione e dopo come liberatoria accettazione del sé. I clichés, con cui i personaggi si identificano, articolano quindi il circo domestico, con la sua inevitabile propensione alla commedia, al colpo di scena, al misunderstanding, al progressivo disvelamento dei vizi, al necessario incombere del giudizio.
Ed ecco “l’estraneo” di turno (Tony) che scomoda l’usurata quiete, innesca l’effetto domino per riabilitare progressivamente una famiglia ormai in preda al tic dell’incomunicabilità. Tutte scenette già viste, assimilate ai limiti dell’intolleranza, grazie a gag in balia della Moira, questa agevolata da dettagli così marcatamente sottolineati che predispongono fin dal principio l’impasse di rottura.
C’è il grande teatro tragico anche. Il peccato si tramanda lungo la linea di sangue, soprattutto se oscurato, soprattutto se l’abbandono di un figlio diventa il mito fondante che si proietta tra le mura. Si aspetta che tutto torni, si aspetta che lo spettatore venga rassicurato puerilmente da un immaginario riflesso (la caricatura indie è solo un brutto sogno, un momento di transizione) subito indirizzato verso una serenità mai messa in discussione. Inutile nascondersi dietro ad una tavola, stringersi per mano e ringraziare il buon Dio, messi al sicuro che quella City Island dai tratti (The) Sismsiani verrà ben presto rigenerata. Perché il lacerante conflitto non esiste, è solo venduto su una piatta e fin troppo piena patinatura. 
La comodità di togliersi una maschera che dietro ne nasconde un’altra, rigorosamente accettata.

Marco Compiani
Voto: 4.5
  
(27/06/2010)




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4.5 5.5 6

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