COSE DI QUESTO MONDO

(In This World )

di Michael Winterbottom
TRAMA

Il lungo viaggio della speranza del piccolo Jamal e del giovane Enayat dalla disperazione afghana alla terra promessa, il ricco e indifferente continente europeo.


RECENSIONI
Tutte queste cose

Ci faremo il callo: Berlino, dopo BLOODY SUNDAY premia un altro film paradocumentaristico (una vicenda praticamente reale, utile paradigma da utilizzare per intuirne milioni di altre possibili). Michael Winterbottom è un regista interessante che sembra evitare scientificamente l'etichetta, autore di film diversissimi, dall'atipico e disturbante road movie BUTTERFLY KISS a JUDE, rigoroso e durissimo adattamento dal romanzo di Hardy, da BENVENUTI A SARAJEVO, l'opera che più delle altre sembra ricondursi a questa, alla sottovalutata commedia urbana WONDERLAND, tanto per citarne solo alcuni di una produzione quantitativamente rispettabile, tenendo conto della sua giovane età. La mistura di registri che azzarda in questo caso (un taglio realistico con immagini in digitale riprese con l'immancabile handycam ma abbinate a accompagnamenti musicali e a un montaggio, in chiave velatamente ma inequivocabilmente narrativa, piuttosto classici) pare però del tutto veilletaria. La fuga del piccolo Jamal e del cugino dall'Afghanistan si sviluppa secondo un copione scontato e, quel che è peggio, senza alcun approfondimento: l'autore pare limitarsi a una pedante illustrazione del lungo percorso del ragazzo, a una superficiale considerazione del disagio che accompagna la sua odissea di clandestino secondo un'esposizione tramica piatta e banale e, anzi, i tentativi di scendere a fondo, di scavare e rendere per sfumature il carattere del protagonista risultano speciosi e evidentemente appiccicaticci. Winterbottom talvolta si concede dei momenti visivamente più ricercati (la lunga sequenza notturna che narra del passaggio dal confine iraniano a quello turco) ma, lungi dal riscattare l'anonimità del film, certe invenzioni ne accentuano la disomogeneità e l'incoerenza. Non basta, anche in questo caso, la nobiltà degli intenti, la necessità di denunciare una situazione che viviamo anche nelle strade delle nostre città (Jamal a Trieste che vende braccialetti è un evidente monito all'indifferenza di noi passanti nei confronti di una realtà spudoratamente meno lontana di quello che ci vogliamo dire) a salvare un'opera irrisolta a livello stilistico e a tratti imbarazzentemente scialba. Prescindendo dall'onestà (o meno) degli obiettivi morali del regista (non mi interessa), una giuria che decide (prassi consolidata un po' dappertutto) di premiare un film non riuscito, ma impegnato su un versante umano, finisce col compiere un atto che mi pare semplicisticamente volto a redimere (un proprio senso di colpa, ovviamente) e che raddoppia l'ipocrisia in gioco. Certe volte bisognerebbe avere la dignità di non coprire la sporcizia della propria coscienza (ché il pulirla è la tacita "giusta causa" di certi allori): ma purtroppo certe rimozioni e certe convenienti coperture sono davvero irrinunciabili cose del nostro mondo.

Luca Pacilio
Voto: 4.5




BellucciPacilio
6 4.5

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