ABOUT ELLY

(Darbareye Elly )

di Asghar Farhadi
TRAMA

Iran, un gruppo di amici si ritrova in una villa sul Mar Caspio. Sepideh ha invitato anche Elly, la maestra del figlio. Ahmed, archiviato il matrimonio con una tedesca, è tornato nel paese. Questi si avvicinano, ma un evento scuote la riunione: mentre controlla due bimbi sulla riva, Elly scompare. E’ annegata in mare o si è allontanata volontariamente? Il gruppo si interroga, nessuno sembra conoscerla davvero.


RECENSIONI
A proposito di Elly

Orso d’Argento al Festival di Berlino e premio Best Narrative Feature al Tribeca di De Niro, About Elly ha un merito innegabile: esporre una vicenda iraniana in modo “solo” narrativo, ovvero senza fare proclami sulle caratteristiche del regime, ma affidando la deduzione del complesso alla costruzione del racconto per immagini. Il regista Asghar Farhadi non vuole dire, bensì tesse una trama: raggruppando una serie di personaggi in ambiente circoscritto (la casa, la spiaggia), dispiega una lunga introduzione relazionale, in cui interagiscono collegialmente, poi fa sparire uno di loro e osserva la reazione degli altri. In sede concettuale (e di sceneggiatura dello stesso Farhadi), il quarto lungometraggio del cineasta racconta una certa dimestichezza con i metodi della scrittura cinematografica: basti vedere come gli elementi ambientali del paese siano riconvertiti alla necessità dell’intreccio (Ahmed e Elly si dichiarano sposi per non infrangere leggi e tradizione, ma anche per far progredire il racconto), oppure come il principio di simulazione si moltiplichi gradualmente quasi in abisso (Elly/Amhed finti sposi – Sepideh finto personaggio edotto – Elly finta single – il finto fratello, ecc.). Almeno una sequenza va poi ricordata: la sparizione di Elly che, attraverso l’espediente del “doppio incidente” in mare (prima il bimbo, poi Elly), e mostrando solo il primo di questi, distoglie l’attenzione e posticipa la concentrazione spettatoriale sul vero evento (la ragazza è sparita), creando uno sdoppiamento che aumenta il mistero (ti mostro due fatti, solo uno è importante).
Altro punto a favore è il “cambio di tema” che effettua il film. Quando entra in scena il fidanzato di Elly (Alireza), egli letteralmente “porta” un nuovo argomento al centro: il problema della scomparsa sbiadisce, arriva il nodo dell’infedeltà. Il quale passa lentamente in primo piano fino alla sequenza fondamentale in cui il ragazzo implora Sepideh di rivelare la verità non sulla sparizione, ma sul loro rapporto di coppia. In questo senso, nella progressiva dimenticanza della fine (la morte non conta, il lutto si sfilaccia, altro è più importante) si esplicita il riferimento a L’avventura; esattamente come l’inghiottimento in mare – e il suo rifiuto, la speranza di ritrovare Elly viva – riverbera l’ozoniano Sotto la sabbia. Ma raggiunta la punta del dramma (la sequenza sovracitata), sembra dirci il film, di nuovo si torna alla morte: l’inversione tematica è bloccata dalla semplice, scarna inquadratura del cadavere all’obitorio. L’enigma è intatto: non precisamente Elly, dunque, ma about Elly, a proposito di, ché la natura vera della donna non sarà mai conoscibile.

Insomma Farhadi fa centro nella costruzione. E realizza un incastro tra plot puro e pieghe della tradizione iraniana: il legame con la terra di Ahmed (ha sposato una tedesca, ora vuole un’iraniana) il cui ritorno avviene davanti all’amnio/mare, il diverbio marito-moglie che sbocca in violenza evidenziando il tratto arcaico dei maltrattamenti, le schermaglie rosa lecite solo se camuffate (tutti devono essere coppie), altri dettagli. L’atmosfera ottenuta non parla di oppressione palese né di ribellismo inevitabile, ma sceglie – più verosimilmente – un’arretratezza fatta di sfumature, dove le ragazze hanno capelli lunghi, si truccano, giocano alla seduzione, ma sono sempre velate.
Tutto questo non è poco, ma non basta. E’ nello svolgimento e nel connesso apparato simbolico che il film trova i suoi limiti. A partire dall’insistenza sulla metafora: suona subito chiaro che la casa fatiscente, con i vetri rotti, è l’Iran nella sua attuale condizione (“Possiamo sistemarla”, dice uno dei giovani). Elly - che vuole lasciare il fidanzato ma scompare - è la liberazione che fallisce; d’altronde la ragazza manovra un aquilone come simbolo di emancipazione (del singolo, del popolo), così i personaggi in apertura “urlano al vento” dalle auto in corsa. A corrispettivo della sintesi simbolica, il film soffre alcune lungaggini; vedi l’insistito idillio amicale della prima parte (un’ipotesi di libertà?), che sarebbe preparatorio al “fatto” se non fosse guastato da una pioggia di battute di circostanza. Stilisticamente corretto, ma anche scontato in alcune soluzioni (la macchina a mano nella scena in acqua), Farhadi prova ad allontanarsi dal suo messaggio per battere altri territori, come lo scontro di parole pinteriano che si scatena tra i superstiti dopo la scomparsa. Poi torna sulla strada dell’Iran e la tesi, ottimamente mascherata, comunque resta.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5.5
  
(18/06/2010)



COMMENTI
Senza fine

Raccontando ad Elly il naufragio del proprio matrimonio, Ahmed cita una frase dell’ex moglie: Meglio una fine dolorosa che un dolore senza fine. E il dolore senza fine, perché senza inizio, come sospeso nella zona di confine tra un passato che non si riesce a eliminare e un futuro che non può nascere, è al centro di About Elly: il lungo weekend di paura (con palesi riferimenti al genere horror: l’isolamento, il gruppo che accoglie un nuovo, enigmatico membro, la morte incombente) è un tempo di attesa, di paura e speranza, di silenzi da riempire a ogni costo, anche con ridicoli e fatali riferimenti a una felicità matrimoniale che è chimera per tutti i presenti, e non soltanto per la protagonista e il suo aspirante (nuovo) fidanzato. Farhadi costruisce con calma, quasi con flemma, la tensione sotterranea, ma palpabile, di un mistero privo di soluzione: la villa aperta sul mare è un ingranaggio che intrappola e schiaccia i personaggi (fin troppo esplicita, in questo senso, l’immagine con cui si chiude il film), ma la trappola più terribile è costituita dalle aspettative che i personaggi nutrono gli uni nei confronti degli altri, e dalla rete di menzogne, segreti e mezze verità (abilmente dissimulate) messa in atto allo scopo di convalidare la bontà delle proprie convinzioni nei confronti del “corpo estraneo”, che deve essere al più presto assimilato, inglobato, normalizzato. A tutto questo Elly oppone il silenzio e l’immobilità, fino alla sua uscita di scena, silenziosa e terribile, che non fa che confermare l’inutilità del sacrificio della ragazza: i personaggi continuano a giudicarla, a giustificarla, a biasimarla, a mentire per “salvare le apparenze”, finché la morte, con la sua brutale fisicità, s’impone dimostrando l’inconsistenza delle parole, degli sguardi supplichevoli e ingannatori, della curiosità morbosa che si maschera con le migliori intenzioni. Deliberatamente vago e “inconsistente” (l’effetto è accentuato da un doppiaggio italiano ai confini del catastrofico, segnatamente per quanto riguarda il gruppo dei bambini), a tratti ingenuo, forse pretenzioso, ma non supponente, About Elly sceglie di muoversi su un terreno ostico e trova i propri momenti migliori nella prima parte, proprio in virtù di quella sensazione di disagio e incertezza che sa creare nello spettatore, trasformato in tal modo in un vero doppio della protagonista. Le cose si complicano con l’entrata in scena del fidanzato, inevitabile veicolo per “condurre in porto” una vicenda che solo in alto mare trova la propria ragion d’essere. In fondo è l’obolo che occorre pagare a un cinema “di storie”, (quasi) inevitabile agli albori (anche se non si direbbe) del XXI secolo.

Stefano Selleri
Voto: 6.5
  
(04/07/2010)




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6.5 7 5.5 7 6.5 6 6.5

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